Intervento di Marco Invernizzi al convegno Conservatori del Futuro, tenutosi a Napoli il 21 ottobre 2023.

Il punto di partenza di questo Convegno e di tutto il rinascere di iniziative volte a lanciare in Italia un modo di guardare la realtà che si possa riconoscere nel pensiero conservatore è la novità rappresentata dalle dichiarazioni di Giorgia Meloni, Presidente del primo partito d’Italia e del primo governo che si sono autodefiniti conservatori.

In Italia non era mai accaduto. Non solo, ma in Italia non c’era mai stato nessun movimento culturale organizzato che si richiamasse esplicitamente al pensiero conservatore.

Eppure il pensiero conservatore esiste, ha una storia e non può essere confinato al mondo anglosassone, dove peraltro ha avuto una fortuna politica, ma anche e soprattutto culturale.

Il conservatorismo nasce nella storia, attorno a figure precise e soprattutto a un evento che, come vedremo, segna un’epoca della storia, la Rivoluzione francese. Si potrebbe forse ragionare sul fatto che un uomo è naturalmente conservatore, almeno se segue la sua ragione, anzitutto perché riconosce di avere ricevuto in dono qualcosa che non si è costruito da solo, la vita, che normalmente ama e desidera conservare. Ma altri esploreranno questo ambito, possiamo dire antropologico, peraltro assolutamente importante.

Il 1789

A me oggi preme cercare di abbozzare una riflessione sul fatto che il conservatorismo nasce di fronte al 1789, ma per oltre due secoli sembra non prendere corpo in Italia, se non attraverso sporadici interventi di singoli intellettuali.

Il fatto epocale è rappresentato da una rivoluzione come non ce ne erano state fino ad allora, che dalla Francia si estenderà a tutta l’Europa, che sembra assomigliare a quella precedente di pochi anni avvenuta negli Stati Uniti, ma che in realtà è assai diversa.

Il primo a rendersi conto della portata epocale della Rivoluzione francese fu un inglese, Edmund Burke, nato per la verità a Dublino nel 1728. Burke, il primo conservatore, il padre del conservatorismo, era un liberale. Era infatti un deputato del partito whig, per quanto i partiti nel ‘700 non avessero ancora le caratteristiche ideologiche così marcate che assumeranno dopo il 1789, anche in Inghilterra.

Il capostipite dei conservatori, Edmund Burke
Edmund Burke

Burke non aveva alcun interesse nel denunciare la Rivoluzione francese, non era in contatto, almeno in un primo momento, con gli emigrati, cioè con coloro che scapparono dalla Francia per non finire ghigliottinati. Le sue Riflessioni sulla Rivoluzione francese, scritte nel 1790 e che susciteranno un così grande scalpore, sono state definite «il manifesto di una controrivoluzione» (Respinti, Conservatori, p. 29) e divideranno con un taglio netto lo stesso partito whig di cui Burke faceva parte. Infatti, proprio in seguito al suo giudizio sul 1789, definito come una rivoluzione epocale mirante a sovvertire le radici dell’ordine sul quale aveva sempre poggiato la Francia, figlia primogenita della Chiesa e culla del Sacro Romano Impero, in Inghilterra il mondo liberale (whig) si divise in due tronconi, uno dei quali, gli old whig, sarà la base da cui nascerà il partito conservatore britannico. Il libro suscitò «in Inghilterra un dibattito ideologico di proporzioni fino ad allora mai viste», con la pubblicazione di 600 pamphlet, quasi tutti contrari a Burke (Lenci, p. 25). Immediatamente il testo venne tradotto in francese, sembra da due sacerdoti di Terragona (Godechot, Lenci p. 26) e sempre in Francia se ne stamparono dieci edizioni prima che l’editore fosse costretto a scappare dal Paese (Lenci p. 25).

In Italia

L’edizione italiana sembra sia stata tradotta da un certo abate Antonio Leonetti, ma non ebbe un grande successo. Essa «non riuscì a trovare le vie dei circuiti politico-culturali più qualificati e si diffuse solo fra legulei e abati di provincia oltre a essere sottoposta a contraffazioni e mistificazioni» (Zapperi, Lenci, p. 42). Già questa non accoglienza del testo che faceva discutere tutta l’Inghilterra e veniva proibito in Francia ci aiuta a capire i motivi del perché il conservatorismo non ha avuto eco nel nostro Paese. E così sarà per tutto l’800. Burke muore nel 1797, il suo pensiero ha un impatto enorme in Inghilterra e negli USA, anche per la sua difesa dei diritti dei coloni così come degli indiani, penetra in Francia accanto alla scuola contro-rivoluzionaria, ma da noi non entra minimamente, salvo qualche raro richiamo da parte del Principe di Canosa, di Vincenzo Cuoco e forse dell’Alfieri, ma anonimamente.

Eppure i conservatori non mancano in Italia, ma non trovano classi dirigenti né a livello intellettuale, né a livello politico. Come chiamare diversamente gli insorgenti che si ribellano contro Napoleone? Eppure, Napoleone in Italia è celebrato come un liberatore, gli sono state intitolate strade, piazze e palazzi, e sono stati coperti dal silenzio complice e imbarazzato i suoi numerosi furti. Altrove in Europa non è andata allo stesso modo. In Spagna la resistenza popolare contro Napoleone non è stata nascosta come invece è avvenuto con le Insorgenze italiane, e un importante insorgente come Andreas Hofer è ancora oggi l’eroe nazionale del Tirolo, per fare soltanto due esempi.

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Conservatori o controrivoluzionari, come li si voglia chiamare, gli insorgenti erano italiani che difendevano la patria custodendone le radici e la memoria, ma non hanno mai avuto l’attenzione se non l’affetto che avrebbero meritato, sia dall’Italia liberale, sia da quelle fascista e democristiana.

Il Risorgimento

Il problema italiano è il Risorgimento. Lo dico senza nessuna nostalgia per gli Stati preunitari perché la storia non torna sui suoi passi e l’unificazione era necessaria per garantire uno Stato all’altezza delle sfide di quel tempo. Ma seppure necessaria non doveva essere imposta con la forza, contro il diritto internazionale, contro le radici della storia italiana. Il Risorgimento è stata una Rivoluzione, sebbene più moderata e graduale rispetto a quella francese e soprattutto nascosta dietro il paravento dell’unità e della lotta contro lo straniero. Se siamo onesti non possiamo avere seri dubbi su chi fosse più italiano fra il Re di Napoli che parlava in dialetto ai suoi sudditi e quello di Torino che usava abitualmente il francese e il piemontese.

Il Risorgimento o Rivoluzione italiana è un argomento delicato, che tocca emozioni che hanno a che fare con l’amore di patria e che in un mondo tendenzialmente globalista e anti-identitario come il nostro devono essere rispettate. Tuttavia, è indubbio che fu una forzatura ideologica che utilizzò i valori della nazione e della libertà contro la Chiesa e le radici cristiane d’Italia. Per decenni, dopo la nascita del Regno d’Italia nel 1861 e soprattutto dopo l’aggressione militare del 1870, i conservatori coincisero con i cattolici detti intransigenti, quelli che non dimenticavano il sopruso di Porta Pia e si organizzarono nell’Opera dei Congressi. Erano conservatori non perché volessero ritornare agli Stati preunitari, anzi, avranno dei conflitti interni in questo senso soprattutto nel Meridione, e neppure perché volevano il Papa Re, ma perché avevano colto la portata epocale di quella rivoluzione, che era politica ma soprattutto antropologica, perché avrebbe condotto gli uomini ancora cristiani del tempo verso modelli ideologici portatori di tragedie, come poi puntualmente accadde.

La presidenza del II gruppo generale dell'Opera dei Congressi. Seduti da sinistra: Stanislao Medolago Albani, Giorgio Gusmini, Giovanni Grosoli. In piedi: G. Daelli, Giuseppe Toniolo, G. Faraoni e Archimede Pasquinelli. Fonte.
La presidenza del II gruppo generale dell’Opera dei Congressi. Seduti da sinistra: Stanislao Medolago Albani, Giorgio Gusmini, Giovanni Grosoli. In piedi: G. Daelli, Giuseppe Toniolo, G. Faraoni e Archimede Pasquinelli. Fonte.

Questi cattolici conservatori hanno fatto tanto per l’Italia, costruendo un tessuto sociale alternativo a quello dello Stato finito nelle mani dei liberali, un tessuto costituito da banche, società di mutuo soccorso e operaie, leghe contadine, tutte costituite intorno alle parrocchie. Tuttavia, non trovarono uno sbocco politico, se non con il Patto Gentiloni nelle elezioni del 1913, le prime a suffragio elettorale universale maschile, che portarono in Parlamento 228 deputati eletti col voto determinante dei cattolici. Ma stava per scoppiare la Prima guerra mondiale, che avrebbe cambiato completamente il contesto internazionale e nazionale.

La Grande Guerra

La Grande Guerra modificò le relazioni fra gli uomini altrettanto profondamente dell’assetto politico. Una società ancora contadina si trasformò dopo anni di guerra, quando i giovani erano stati costretti a trascorrere anni nelle trincee per combattere in un conflitto del quale avevano compreso poco o nulla.

La cosiddetta “nazionalizzazione delle masse” avvenne durante e in conseguenza della guerra e le ideologie cominciarono a penetrare sempre più nel corpo sociale. Ancora una volta i conservatori c’erano, ma erano costretti a fare riferimento a partiti politici che rifiutavano esplicitamente di considerarsi tali, come il Partito popolare di don Sturzo o il movimento fascista di Mussolini, entrambi nati nel 1919.

In una nuova fase della storia nazionale, i conservatori c’erano anche questa volta, erano forse la maggioranza degli italiani, ma non c’era neppure una forza politica esplicitamente conservatrice né un progetto culturale che si richiamasse ai valori del conservatorismo. Né Burke, né la scuola di De Maistre e De Bonald, né le Insorgenze erano riuscite a entrare nel sentire comune della nazione italiana, le cui classi dirigenti andavano in altre direzioni, prima verso l’alternanza fra destra storica e sinistra liberale, quindi verso il fascismo dopo la Grande guerra.

Il fascismo e i conservatori

Il fascismo era costituito da un fascio di ideologie diverse tenute insieme dal carisma del Duce e fra di esse c’era pure un po’ di conservatorismo. Quest’ultimo non ebbe però un ruolo significativo se non nella consapevolezza, di Mussolini, che avrebbe dovuto tenere insieme nel regime le due istituzioni e i due ambienti più riconducibili al conservatorismo, la Monarchia e la Chiesa. Così fece e questo garantì un consenso popolare significativo al Regime almeno fino all’introduzione delle leggi razziali e poi all’ingresso in guerra a fianco della Germania di Hitler. Qui, il patto con il mondo cattolico e conservatore si ruppe e il fascismo ritornò alle origini, quando era una piccola setta nazionalista, anticlericale e socialisteggiante.

La Dc e i conservatori

Dopo la guerra civile, che è stata una delle ferite più profonde e difficili da guarire della storia nazionale, i conservatori riversarono i loro consensi sulla Dc. Quest’ultima, peraltro, si guardò bene dal riprendere i toni e i contenuti dell’«Opposizione cattolica» assunti dall’Opera dei Congressi per trent’anni perché tali toni avrebbero potuto pregiudicare il suo stare ai vertici del Paese. E così il ritorno dei cattolici alla guida del governo, suggellato dalla straordinaria vittoria elettorale del 18 aprile 1948, non comportò alcuna revisione storica: i padri della patria rimasero quelli che la avevano scristianizzata, ma questo non si poteva dire. Fra l’Italia liberale, quella fascista e quella democratico-cristiana, dal punto di vista della lettura storica, non c’è stata una grande differenza: Mazzini e Garibaldi, Vittorio Emanuele e Cavour, per gli insorgenti e i “vinti del Risorgimento” non c’era posto nel pantheon nazionale.

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Il mondo stava però cambiando velocemente, l’Italia diventava sempre più marginale davanti ai grandi imperi che si contendevano la guida del mondo durante la Guerra fredda, ma era comunque guidata da un partito che prendeva i voti dei conservatori italiani, quasi tutti.

La Dc si preoccupò della titolarità del potere rimanendo al governo del Paese ininterrottamente dalla fine della guerra al tracollo del partito e del sistema politico dopo il crollo del Muro di Berlino e dopo Mani Pulite, negli Anni 90 del secolo scorso. La cultura, la scuola, l’università, l’editoria, tutti i luoghi della vita pubblica che contribuivano alla formazione del senso comune erano invece gestiti da altre forze politiche che rispondevano ad altre ideologie. Tutto l’Occidente cambiò profondamente nell’epoca del boom economico, subendo quasi senza reagire un processo di scristianizzazione che ne minava le fondamenta antropologiche. Questo processo di secolarizzazione profonda si manifestò soprattutto negli Anni 60 e prenderà il nome dall’anno in cui esplose contemporaneamente nelle principali città europee, a seguito del cosiddetto maggio francese: il Sessantotto.

La battaglia avrebbe dovuto essere anzitutto culturale perché ci si trovava di fronte a una rivoluzione culturale, che aveva come obiettivo non tanto la conquista del potere ma la trasformazione degli uomini. Un fronte conservatore cercò di organizzare una resistenza, soprattutto in occasione dei due referendum per abrogare le leggi su divorzio e aborto, ma non venne adeguatamente supportato dalla Chiesa e dai partiti non progressisti.

La Chiesa subì un grave e profondo attacco anche dall’interno, che si manifestò soprattutto in occasione della pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae di Paolo VI, nel 1968, una coraggiosa e fedele risposta cattolica alla rivoluzione antropologica sul piano della sessualità. Pochi anni dopo, nel referendum contro il divorzio nel 1974, molti uomini politici e intellettuali di area cattolica passarono dall’altra parte e contemporaneamente gettarono le basi per superare la stessa Dc, alleandosi con il PCI per dare vita al “compromesso storico” e ai governi di solidarietà nazionale, dal 1976 al 1979.

Il 1989

Ma il mondo stava per cambiare ancora. La spinta propulsiva della rivoluzione comunista, come ebbe a dire il segretario del PCI Enrico Berlinguer, si era esaurita. Il partito comunista più grande dell’Occidente era in mezzo al guado: Mosca non aveva futuro perché la sua ideologia non seduceva più, ma il compromesso per andare al governo con la Dc rischiava di snaturare il partito comunista privandolo della sua supposta “diversità morale”. Così i comunisti si auto-isolarono lasciando andare alla guida del governo un partito socialista finalmente non più succube del PCI, in una situazione internazionale fortemente mutata con le leadership della Thatcher in Inghilterra e di Reagan negli USA. Il comunismo si esaurì veramente con il 1989 e con la fine dell’URSS, due anni dopo.

E i conservatori? In Italia i conservatori continuavano a esistere, ridotti di numero in seguito all’avanzata delle sinistre, ma soprattutto poco attenti alla questione antropologica che, a partire dagli Anni 80, ma già in occasione dei referendum precedenti, stava diventando sempre più centrale. Con la fine della Dc erano alla ricerca di un punto di riferimento politico per evitare che gli ex comunisti andassero al governo, ex comunisti diventati nel frattempo, in occasione delle elezioni del 1994 con sistema elettorale non più soltanto proporzionale, la “gioiosa macchina da guerra” guidata da Achille Occhetto, un partito socialdemocratico che stava sempre più per assomigliare a un partito “radicale di massa”.

Nel 1994, mezzo secolo circa dopo il 18 aprile 48, si verificò un altro miracolo politico nel segno di un conservatorismo muto ma reale. Ne approfittò e ne fu anche l’artefice un imprenditore, Silvio Berlusconi, esponente dell’antipolitica nel segno del qualunquismo di Giannini nel secondo dopoguerra, che diede vita a una federazione politica di partiti nuovi o vecchi ma ristrutturati, certamente conservatori, ma che preferì l’espressione “moderati”, meno impegnativa e meno politicamente scorretta.

Le vicende culturali della destra politica

Uno dei gesti più clamorosi e significativi di Berlusconi fu quando, prima ancora della nascita di Forza Italia, in occasione delle elezioni per il sindaco di Roma disse pubblicamente che se fosse stato un cittadino romano avrebbe votato per Gianfranco Fini. Era la ricomposizione del fronte conservatore, quello che avrebbe dovuto contrassegnare la cd operazione Sturzo del 1952, un’alleanza fra tutti partiti anticomunisti alle elezioni comunali di Roma che non andò in porto per il rifiuto della Dc. Si trattava di mettere insieme tutte le destre e unirle ai cosiddetti centristi per costituire quell’alleanza di centro-destra che da lì a poco avrebbe trionfato nelle elezioni politiche del 1994, unendo il vecchio MSI-Dn in procinto di diventare Alleanza Nazionale, con la Lega di Umberto Bossi, la neonata Forza Italia e il Centro Cristiano Democratico, la prima scissione da destra nella storia della Dc.

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A destra, nei decenni precedenti, erano accadute diverse novità. Fini era il segretario di un partito postfascista che stava cercando di assomigliare sempre di più a un partito nazional conservatore. Elementi di conservatorismo erano stati sempre presenti all’interno del MSI fin dalle origini, ma il legame con il fascismo era, e rimase per decenni, il vero collante del partito. “Uscire dal tunnel del fascismo”, lo slogan dei giovani missini degli Anni Settanta e Ottanta, non era assolutamente facile, non solo per la vecchia guardia che nel fascismo era cresciuta e ci aveva creduto, ma anche perché il neofascismo creava una facile identità, anche se evidentemente ristretta e senza futuro. All’interno del MSI si ripresentarono così le stesse contraddizioni che erano state presenti nel fascismo: c’erano sì dei conservatori, ma non avevano una vera e propria influenza né molte speranze a breve di poter modificare le cose.

Come sempre c’era bisogno di tempo per portare a compimento il lungo viaggio verso il partito conservatore cominciato negli Anni Settanta con l’introduzione del termine Destra nazionale voluto dal segretario Giorgio Almirante accanto a MSI e con la conseguente fondazione di una Costituente di destra che si avvalse del contributo di intellettuali e politici provenienti da altre sponde politiche diverse dal MSI e in genere dal neofascismo. Soprattutto, cominciarono a essere letti all’interno del mondo di destra, soprattutto giovanile, autori non riconducibili al fascismo, ma a un conservatorismo autentico (uno per tutti Gustave Thibon) e quelli pubblicati dalla casa editrice Volpe soprattutto.

Nacquero tante esperienze culturali diverse e anche contraddittorie dentro il mondo giovanile della destra, dai campi hobbit a Diorama e a La voce della fogna, da Intervento a La Destra, da Persorsi ai libri pubblicati dalla casa editrice Rusconi sotto la direzione di Cattabiani, dalla musica alternativa all’importanza della letteratura, che ebbe un ruolo fondamentale, per esempio con Il Signore degli anelli o con La storia infinita. Erano posizioni che favorirono dibattiti carsici, quasi clandestini, anche per la mancanza di agibilità politica nelle scuole e nelle università, soprattutto del Nord, ma coinvolsero indubbiamente decine di migliaia di giovani che sarebbero diventati adulti.

E’ difficile dire quanto sia stata la cultura a influenzare le scelte politiche oppure quanto le circostanze politiche abbiano indicato la via a Fini e ai suoi amici per dare vita a un partito, AN, che sempre più assomigliava a un partito conservatore. Di fatto però le tesi di An alla Conferenza programmatica di Verona nel 1998 vanno in quella direzione.

Tuttavia, la storia è proprio complessa e imprevedibile. Negli anni successivi AN si scioglie per entrare nel Popolo delle libertà, il partito unico del centro-destra guidato da Berlusconi, che però non supera la crisi del IV governo Berlusconi nel 2011, crisi imposta dall’Europa. Un anno prima Fini se ne era andato, fondando un suo partito Futuro e libertà per l’Italia, che non avrà peraltro nessun futuro.

La presidenza del II gruppo generale dell'Opera dei Congressi. Seduti da sinistra: Stanislao Medolago Albani, Giorgio Gusmini, Giovanni Grosoli. In piedi: G. Daelli, Giuseppe Toniolo, G. Faraoni e Archimede Pasquinelli. Fonte.
Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi.

L’alleanza dei moderati in Italia implode, Berlusconi torna a Forza Italia, Fini imbocca sempre più decisamente la strada di una destra laicista di cui aveva anticipato le caratteristiche esprimendosi a favore della fecondazione assistita in uno dei quesiti del referendum sulla Legge 40 del 2005. E’ un momento di grande confusione, forse perché l’opinione pubblica raccolta da Berlusconi è «troppo vasta e indifferenziata per racchiuderla in un’etichetta» (Macry, La destra italiana, p. 114). Ci sono state le persecuzioni giudiziarie, le pressioni europee, le debolezze personali e il logorio del tempo che passava con dieci anni di governo e altrettanti di opposizione, e alla fine la macchina si è inceppata. I conservatori rimasero numerosi anche in questa circostanza, ma l’involucro politico che li aveva ospitati dal 1994 sembrò implodere, almeno momentaneamente.

Fratelli d’Italia

Ma proprio nel momento della massima confusione nasce un nuovo partito, si chiama Fratelli d’Italia e viene fondato davanti a notaio nel 2012 da Guido Crosetto, Ignazio La Russa e Giorgia Meloni. Nella confusione regnante nel centro-destra di quel periodo avrebbe potuto facilmente nascere un partito estremista, nostalgico, che facesse appello ai valori traditi da decenni di convivenza con liberali, democristiani, moderati di ogni risma. Invece non è così. Nasce un piccolo partito, che per anni rimarrà tale, ma che esprime in qualche modo, dentro una cornice un po’ nazionalista, i principi fondanti del conservatorismo, soprattutto per iniziativa di Meloni.

Oggi, il nostro Convegno, vuole ricordare questo percorso perché cresca appunto la consapevolezza che la Provvidenza ci sta offrendo un’opportunità, un’occasione storica. Spetta a noi cercare di non lasciarla passare.

Giorgia Meloni
Giorgia Meloni
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