Il giovane Re era morto, in pochi giorni, di una malattia che i suoi medici non avevano saputo curare. I suoi ultimi istanti al castello di Martel, sulle rive della Dordogna, erano trascorsi in una pace edificante. Dai primi tempi della sua malattia, presentendo la sua morte, Enrico aveva inviato il vescovo d’Agen presso suo padre per implorarne il perdono; la malattia l’aveva colto, infatti, in pieno conflitto, in aperta ribellione contre la sua autorità.
Colmo di diffidenza, che aumentava via via con gli anni, Enrico Plantageneto esitava a prestare fede alle parole del messaggero; tuttavia, siccome questi insisteva per ricevere un pegno del perdono da portare al giovane, il re andò a prendere nel suo tesoro un anello prezioso, ornato da uno zaffiro; lo diede al vescovo, dicendo che sarebbe stato, per il principe, pegno dei voti augurali che gli inviava per il ristabilimento della sua salute e del perdono che gli accordava.
Quando il vescovo fu di ritorno, Enrico prese l’anello, se lo mise al dito, vi appoggiò le labbra; poi, chiese a chi lo circondava di ricevere le sue ultime volontà. Prima di tutto, volgendosi verso Guglielmo il Maresciallo, gli chiese, come all’amico più fedele, di indossare, dopo la sua morte, la tunica di crociato che egli stesso aveva indossato e di compiere in vece sua il pellegrinaggio a Gerusalemme, a tutti gli astanti chiese di essere suoi intercessori presso suo padre perché liberasse la regina Eleonora dalla prigionia.
Poi si confessò e ricevette con molta pietà il Corpo e il Sangue e l’Olio degli infermi; quindi, ordinò che si spargesse della cenere per terra, si fece deporre sul suolo, vestito di una semplice tunica e pregò che gli mettessero la corda intorno al collo: voleva, infatti morire come un ladro, in penitenza delle colpe commesse durante la vita.
Ed è così, giacendo sulla pietra cosparsa di cenere, che distribuì tutto quelle che aveva costituito la sua fortuna in questo mondo, fino ai suoi abiti regali. Quasi non respirava più se non con sforzo, quando un monaco gli fece osservare che aveva conservato al dito la pietra preziosa inviatagli da suo padre: «Non volete spogliarvi anche di questa, per giungere alla povertà totale?».
«Questo anello — rispose il principe — non lo conservo per desiderio di possesso, ma per testimoniare di fronte al mio Giudice che mio padre me l’ha mandata in pegno del perdono che mi ha concesso». Permise tuttavia che gli fosse tolto dopo la morte.
Ma quando, verso sera, il giovane Re ebbe chiuso gli occhi, ci si accorse che non gli si poteva sfilare l’anello; si considerò questo fatto come il segno che Dio aveva ratificato il perdono tra padre e figlio.
Così morì Enrico il Giovane, l’11 giugno 1183; aveva ventotto anni.
Régine Pernoud
(1909-1998)