Paul Bourget nasce ad Amiens, nella Francia Settentrionale, il 2 settembre 1852. Fin dall’infanzia, costretto dal lavoro del padre a spostarsi di città in città, approda a Parigi nel 1867, dove frequenta il liceo. Questa condizione di “deraciné”, come lui stesso si definì, contribuisce, a suo dire, a maturare un gusto “per una cultura complessa e cosmopolita” che lo porta ad assimilare disordinatamente tutte le tendenze in voga nella Francia del tempo: i positivisti, soprattutto Joseph-Ernest Renan (1823-1892) e Hippolyte-Adolphe Taine (1828-1893), stimolano in lui quel fondo di razionalità che appartiene forse all’eredità paterna, mentre i decadenti e i romantici — non soltanto Baudelaire, ma anche Alfred de Musset (1810-1857) e Henri Murger (1822-1861) — esercitano su di lui un’attrazione fatale, che sa di peccato, di colpa, ma anche — e il giovane poeta lo scoprirà presto — di redenzione. Queste letture provocano una crisi spirituale che lo allontana dalla fede e lo spinge su posizioni di scetticismo.

Conseguita la licenza in lettere, dal 1872 comincia a scrivere versi e novelle e a collaborare a giornali e a riviste d’avanguardia, dove pubblica articoli di critica letteraria, manifestando le sue prime riserve nei confronti del romanzo naturalista.

Il suo primo successo è una raccolta di saggi critici su Baudelaire, Renan, Flaubert, Taine e Stendhal (Essais de psychologie contemporaine) del 1883, in cui analizza con sottile psicologia gli autori a lui cari, cercando di tratteggiare un ritratto morale della sua generazione allo scopo di far luce in sé stesso: una frequentazione diretta con l’autore preso in esame, prova di quella concretezza tipica di una visione rispettosa della realtà, che porta a giudicare esteticamente un’opera d’arte senza mai prescindere dal “vissuto” spirituale di chi ha dato vita a essa. Studiando i costumi di una società attraverso l’analisi psicologica di uno o più personaggi e delle ragioni profonde che hanno contribuito a orientarne scelte e comportamenti, il “positivista” Bourget, gradualmente si libera da ogni residuo deterministico e s’incammina verso quel “mistero del reale”, che — secondo un’espressione del francescano Léon Veuthey (1896-1974) — è anche e soprattutto un mistero d’amore.

Leggi anche  Alfredo Cattabiani tra De Maistre e Tolkien

Bourget inizia quindi la sua attività di scrittore: nei suoi primi romanzi (le storie d’amore di Cruelle énigme, del 1885, Un crime d’amour, del 1886, André Cornélis, del 1887, e Mensonges, del 1888 e nello studio Fisiologia dell’amore moderno, del 1889) egli riesce ad applicare il metodo psicologico seguito negli Essais allo studio e alla descrizione delle complicazioni sentimentali dei suoi personaggi, casi umani scelti per la loro eccezionalità. Queste opere contribuiscono a creare intorno allo scrittore la fama di delicato indagatore degli stati d’animo e del disagio spirituale della sua generazione, che ritiene diffuso soprattutto nell’aristocrazia e nell’alta borghesia, il cui stile di vita improntato a un alto grado di ipocrisia intellettuale e morale tendeva a mettere da parte le questioni etiche più profonde.

Nel romanzo Le disciple, del 1889, attraverso la storia del protagonista (il giovane Greslou che, macchiatosi di un omicidio e dopo aver tentato il suicidio, dal carcere scrive al suo maestro, il filosofo determinista e materialista Sixte, attribuendo ai suoi insegnamenti le origini del suo gesto) Bourget lancia un grido d’allarme sulla responsabilità dell’educazione dei giovani a certi valori.

Il romanzo fu decisamente di rottura, tanto a livello personale, perché Bourget, condannando l’insufficienza morale del positivismo, ne prende definitivamente le distanze e si apre a un progressivo ritorno alla fede; quanto a livello sociale e politico, perché nella “Préface” del romanzo l’autore denuncia l’insoddisfazione degli intellettuali francesi verso i principi morali ed estetici del naturalismo e delinea un primo atteggiamento critico verso le forme politiche del momento e verso le dottrine democratiche e populiste.

Altro momento significativo per la vita di Bourget è quello legato all’ Affaire Dreyfus, occasionato dalla condanna di un ufficiale francese di famiglia ebraica alla deportazione per alto tradimento. Al famoso “J’accuse”, atto con cui Zola condannò la Francia monarchica e cattolica come responsabile della vicenda, Bourget risponde immediatamente scegliendo di schierarsi contro i propugnatori del radicalismo massonico e rivoluzionario. L’affaire affretta la sua conversione religiosa, che si compie formalmente il 21 luglio 1901 con il ritorno ai sacramenti.

Leggi anche  John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973)

Pubblica quindi i quattro romanzi “cattolici”, L’Étape, nel 1902, Un divorce, nel 1904 L’Émigré, nel 1907, e Il demone meridiano, nel 1914 nei quali risalta maggiormente quello che in fondo si può dire sia stato il tema portante di gran parte dei suoi romanzi, la responsabilità umana, e dove ribadisce la necessità di una profonda restaurazione della coscienza morale e religiosa.

Insignito del titolo di Maréchal des Lettres Française nel 1926, in occasione del suo giubileo letterario, muore a Parigi il 25 dicembre 1935. Intellettuale rappresentativo del suo tempo e che ha orientato la cultura e la letteratura francese verso nuove forme e valori – eserciterà, infatti,  una grande influenza su quel cattolicesimo francese che vanta, in sede letteraria, nomi come quello di Georges Bernanos (1888-1948) – è stato tuttavia sottoposto a un ostracismo della cultura ufficiale, i cui motivi contingenti oggi, a distanza, possono essere riesaminati con una migliore obiettività e apparire ingiusti. Celebre, infine, la massima, citata ancora nel 1959 dal pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, secondo cui “bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto”.

TESTATA

NON PERDERE NESSUN CONTENUTO !

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.