Questa Lettera mensile si rivolge a tutti. Ai conservatori anzitutto, ovviamente, ma anche a chi vuole conoscere meglio questo modo di guardare la realtà che appunto è il conservatorismo.

di Marco Invernizzi

Ogni mese cercherò di ricordare gli eventi, le pubblicazioni o le esternazioni più significative avvenute nei 30 giorni precedenti, cercando di utilizzare un punto di vista conservatore, che spesso fatica a trovare spazio nei media e in genere nella vita pubblica. Soprattutto cercherò di fare parlare altri, che potrebbero in qualche modo fornire un importante contributo alla nascita di un ambiente, di cui questo Laboratorio vuole essere un veicolo per diffondere contributi, idee, suggerimenti allo scopo di offrire una visibilità culturale al mondo dei conservatori.

Paolo Macry, una storia da leggere

Per questo mese di novembre vorrei proporvi la lettura di un libro fresco di stampa, scritto da Paolo Macry, docente emerito di Storia contemporanea all’Università di Napoli Federico II, che certamente non proviene da una storia legata al conservatorismo, ma che ha scritto un libro sulla storia della destra italiana che si lascia leggere volentieri, ma soprattutto è pieno di buon senso, oltre a essere una utile ricostruzione storica dell’Italia dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri (La destra italiana. Da Guglielmo Giannini a Giorgia Meloni, Laterza, 2023).

Cerchiamo di capirci

Una osservazione preliminare. Partiamo dalla explicatio terminorum, cioè cerchiamo di capirci. Destra, conservatore, contro-rivoluzionario sono parole che spesso vengono usate con le intenzioni più diverse, non sempre adeguate. Io credo che ci sia un punto di partenza discriminante, la Rivoluzione francese, con la quale cominciano a prendere corpo sia il pensiero conservatore di Edmund Burke, sia la scuola contro-rivoluzionaria con Joseph de Maistre e Louis De Bonald. Dopo il 1789 si comincia a parlare di destra, cioè di coloro che siedono a destra nel Parlamento francese, come spiega Ernesto Galli della Loggia nella sua Intervista sulla destra (Laterza, 1994).

Il 1789

Ma perché questa attenzione al 1789? Perché senza un giudizio preciso sulla Rivoluzione francese non si comprende la distinzione fra destra e sinistra e non si capisce che cosa sia il pensiero conservatore. E anche le intuizioni del libro di Macry sul fatto che sia esistita un’Italia conservatrice che non ha mai trovato partiti che la rappresentassero. Partendo dal 1789 si capirebbe molto meglio quando nasce il percorso della modernità con tutte le ideologie che la accompagneranno, il liberalismo, il nazionalismo, il fascismo e il socialcomunismo, fino alla caduta del Muro di Berlino esattamente duecento anni dopo, nel 1989. Se leggete anche qua e là le Riflessioni sulla Rivoluzione francese del primo conservatore, scritte nel 1790, capite subito come Burke non inviti a combattere la Rivoluzione se non in nome di quei valori perenni che in Francia stanno per essere spazzati via. Non si tratta dello scontro fra due ideologie, e neppure dell’esaltazione dell’Antico Regime, ma del rifiuto della tabula rasa, dell’uomo nuovo “rivoluzionato”.

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Il 25 aprile in Italia

Questa premessa manca nel libro di Macry, che comincia con un’altra data, il 25 aprile 1945. Il libro merita comunque ma spero che questa premessa, quasi una prefazione, aiuti a comprenderlo ancora meglio.

Lo studioso napoletano mette in luce uno dei maggiori errori interpretativi della storia italiana, cioè l’identificazione dell’antifascismo con la sinistra e del fascismo con la destra conservatrice. Questo errore segnerà profondamente in senso negativo tutta la storia successiva. Bisognerà attendere Renzo de Felice per chiarire l’equivoco e comprendere (studiando i documenti e non lasciandosi prendere dall’ideologia) che il fascismo è stato un movimento rivoluzionario certamente nato “a sinistra”, che durante il Regime ha raccolto il consenso di molti conservatori, cattolici e liberali, appagati dall’accordo con la Monarchia nel 1922 e nel 1929 con la Santa Sede. Il fascismo tornerà “a sinistra” con la Repubblica Sociale e l’equivoco si ripresenterà all’interno del Msi che ne eredita la storia dentro la Prima Repubblica.

La Dc

L’Italia conservatrice continua a esistere e a essere maggioritaria, impedendo alla sinistra di andare al potere nel 1948 e negli anni successivi. I conservatori votano soprattutto per la Dc ma non la amano, anche perché il partito d’ispirazione cristiana non fa nulla per farsi amare. Dopo l’entusiasmo alle elezioni del 18 aprile 1948, peraltro da imputarsi ai Comitati Civici e al mondo cattolico, in primis Papa Pio XII, la Dc diventa il partito che occupa lo Stato a partire dalla morte di Alcide De Gasperi nel 1954.

Macry accompagna questa storia del potere democristiano, ininterrotto fino agli Anni 90, soffermandosi in particolare sul grande mutamento degli Anni 60. Era un potere effimero, artificiale, non fondato su un reale consenso, e infatti si squagliò quando non fu più necessario per difendere il Paese dalla possibilità che il Pci andasse al governo. Prima però ci fu la stagione del compromesso storico, dal 1976 al 1979, nella quale la Dc cercò di coinvolgere nell’area di governo i comunisti, con i cosiddetti governi di solidarietà nazionale. Ma, come spiega Macry, il Paese reale era entrato in sofferenza a causa dell’occupazione della società da parte dei partiti, che fece aumentare vertiginosamente la spesa pubblica e il debito dello Stato, in anni in cui il Paese subiva anche gli effetti del terrorismo e della rivoluzione antropologica esplosa nel 1968. Caduto il Muro di Berlino, il sistema dei partiti venne cancellato in pochi anni dalla Magistratura con la cosiddetta inchiesta milanese di Mani Pulite.

La maggioranza degli italiani non aveva seguito la contestazione del Sessantotto, pur subendone gli effetti soprattutto nel campo dei comportamenti morali, ed era rimasta conservatrice, almeno dal punto di vista politico, così come il Magistero della Chiesa che chiuse ai metodi anticoncezionali artificiali e cominciò a spiegare la bellezza dell’amore umano con l’enciclica Humanae vitae di san Paolo VI nel 1968. Si delineava così un’Italia politicamente conservatrice e sempre più progressista per quanto riguarda matrimonio e famiglia (referendum 1974) e sacralità della vita (referendum 1981).

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Fu in questo periodo che prese corpo il fenomeno Silvio Berlusconi, che a fronte del nuovo sistema elettorale decide di fondare un partito e “scendere in campo” nelle elezioni del 1994, vincendole inaspettatamente.

Il Cavalier Berlusconi

I conservatori votarono in massa per il Cavaliere, questa volta “senza turarsi il naso”, ma con convinzione ed entusiasmo. I conservatori erano i “moderati” che scelsero la coalizione di centro-destra.

Il Berlusconismo durò un ventennio prima di lasciare il campo ai governi tecnici a partire dal 2011. Governò per dieci anni e altrettanti li passò all’opposizione. Concluse poco rispetto alle promesse fatte e non riuscì a operare quella rivoluzione liberale antistatalista che aveva promesso. Ma non bisogna sottovalutare il fatto che impedì, in campo morale e sociale, la realizzazione completa delle utopie progressiste. Il punto di riferimento di Berlusconi fu il popolo italiano, il Paese reale con i suoi pregi e difetti, opposto alle elite giacobine che volevano invitarlo a seguire un’ideologia astratta e globalista, sostanzialmente anti-italiana. Macry riprende in un certo senso la lezione di Giovanni Orsina sul populismo del Cavaliere come difesa del popolo dai “professionisti della politica”.

Forse però, spiega con acume Macry, questo popolo era troppo variegato e complesso, per riuscire a stare insieme. Non era una comunità unita attorno a grandi ideali, ma un insieme di individualismi, anche legittimi, ma poco disposti agli insuccessi. Al resto pensarono la Magistratura e i media, accaniti nella persecuzione di un uomo al quale infine rimasero accanto soltanto i suoi fans personali, non pochi ma meno del 10% dei votanti.

Tuttavia il popolo dei conservatori rimaneva numeroso nonostante il declino di Berlusconi e cominciò a guardare alle altre due frecce del centro-destra, Alleanza Nazionale e la Lega. La «meteora» Fini, come la chiama Macry, durò poco anche perché aveva di fronte un competitor come Berlusconi. Il conflitto con il Cavaliere gli fu fatale, spiega Macry, ma forse il suo errore principale fu quello di volere trasformare un partito neo-fascista in un partito conservatore (anche se mai usò il termine) senza riempirlo di contenuti culturali forti e molto identitari, per cui la sua AN, ancor prima di confluire nel Partito delle libertà, aveva molti voti ma poca identità. Forse il suo più grande errore, ma questo lo scrivo io non Macry, è stato di avere creduto che costruire un partito conservatore significasse riconoscere le ragioni della modernità ideologica nata nel 1789, contro la quale invece il conservatorismo era nato. Da questa posizione nacque la decisione di Fini di votare a favore della fecondazione assistita nel referendum sulla legge 40 del 2005 (tre si per l’abrogazione un no soltanto per l’eterologa) che lo mise in netta contrapposizione con il mondo cattolico e con gran parte del suo stesso partito.

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Dopo l’ingresso nel Pdl e la rottura con Berlusconi («che fai mi cacci?», Fini fonderà un suo partito, Futuro e libertà per l’Italia, che alle elezioni del 2013 prende lo 0,47% dei voti. Fini abbandona il partito e poi la politica, quando verrà successivamente coinvolto in guai giudiziari.

Fini e Salvini

L’altra freccia del centro-destra era la Lega fondata da Umberto Bossi negli Anni 80, il primo partito anti-ideologico, che nasce per rivendicare le autonomie dei territori contro il centralismo statalista dell’Italia del Risorgimento. La Lega pone la “questione settentrionale” all’attenzione della politica italiana e cresce lentamente ma progressivamente arrivando a governare città e tanti piccoli e medi paesi del Nord. Si tratta di un partito che rifiuta inizialmente la contrapposizione destra-sinistra ma, come osserva Macry, di fatto starà stabilmente nel centro-destra, sempre presente nei governi Berlusconi dopo la rottura del 1994 che farà cadere il primo governo del Cavaliere. Con la guida di Matteo Salvini, la Lega cambia linea politica, trasformandosi da federalista in nazionalista e arrivando a essere il primo partito del centro-destra. Siamo nel 2018 e la Lega prende il 17% dei votanti, ma comincia il suo declino. Il governo con il M5S di Conte non giova al partito, ormai sempre più orientato verso un populismo nazionalista che poco ha a che fare con le sue origini di partito territoriale e federalista.

Fratelli d’Italia

Sta per nascere il momento di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia, il piccolo partito fondato dalla stessa Meloni, da Ignazio La Russa e da Guido Crosetto nel 2012, dopo la crisi del Partito delle libertà. Macry dedica il penultimo capitolo a Beppe Grillo «di destra e di sinistra» e al suo “non partito”, il Movimento 5 Stelle, che prende voti da destra e soprattutto da sinistra, per diventare una forma di populismo fuori e contro il sistema, e che peraltro diventa il partito più votato nelle elezioni del 2018 con oltre il 32% dei votanti.

Il primo partito conservatore

Il libro si chiude così con l’ultimo capitolo, dedicato alla prima Presidente del Consiglio donna e orgogliosamente di destra. Meloni non è Fini scrive Macry, non sente il bisogno di nessuna abiura, per lei il fascismo è veramente alle spalle, ma non costruisce un partito estremista, come sarebbe stato comprensibile nel 2012, in piena crisi del centro-destra, per dargli una identità facile e immediata. Al contrario, costruisce un partito conservatore, come quello che non c’è mai stato in Italia, e non cambia idea nonostante i risultati elettorali poco entusiasmanti per diversi anni. Poi arriva la grande vittoria elettorale del 2022 e quindi il governo. La sfida, a un anno di distanza dalla nascita del governo Meloni, rimane quella di riempire di contenuti un partito ancora giovanissimo e di non lasciare che il governo imploda sotto il peso della quotidianità.

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