Il conservatorismo è una visione del mondo e della vita che può essere professata esplicitamente o vissuta implicitamente da ciascun uomo o ciascuna donna. Può essere solo una forma di renitenza al cambiamento, più spesso una virtù, un “abito”, una propensione a privilegiare il reale sull’astratto. Questa propensione può però diventare anche una dottrina e una cultura capaci di orientare e di guidare gruppi umani e governi: è in sostanza una opzione culturale e politica. Ed una opzione fondamentalmente “laica” — nel senso moderno e abusato del termine —, cioè in tesi aconfessionale.
Tuttavia, nel suo DNA non può non esserci l’elemento religioso, inteso in senso generale, come religiosità che scaturisce dalla constatazione che qualunque uomo e qualunque ordine umano non possono prescindere dalla previa constatazione di non scaturire dal nulla ma di essere il prodotto dell’azione generatrice di una entità che trascende il mondo che i nostri occhi contemplano, dall’universo stellato al singolo filo d’erba. In altri termini la visione del mondo conservatrice non può che essere teistica, fondata cioè sull’idea di Dio e di creazione, con tutte le conseguenze cha la ragione può evincere da questa osservazione primordiale. Possiamo dire che al conservatorismo sia intrinseca ed essenziale una metafisica, la credenza che il mondo delle cose visibili non esaurisce la realtà.
Il conservatorismo è stato giustamente definito come la “filosofia politica dell’eterno”.
Se però osserviamo come l’ossequio all’eterno viene declinato nelle forme religiose che oggi popolano la terra non si può non rilevare come il cristianesimo cattolico declini questo rapporto necessario in maniera “avanzata” e compiuta. Esistono infatti conservatori di religione ebraica, come pure musulmana, senza dimenticare gli indù: realtà tutte che tendono tuttavia ad assolutizzare il dato rivelato o tradizionale, sì che spesso il loro conservatorismo conosce storture in senso fondamentalistico e il dato religioso naturale conosce fatali eclissi.
La religione cristiana è la religione di un Evento: l’Incarnazione di Dio in un Uomo, Gesù, che segna l’irruzione dell’eterno non solo nelle origini della natura e dell’uomo, ma anche nella storia, in ogni e qualunque momento della storia: con la venuta di Cristo l’eterno con il nome di Provvidenza accompagna passo a passo il cammino dell’uomo e della donna. Non ne lede la libertà naturale ma tesse fili invisibili in cui le libertà dei singoli si annodano in forma “corporata” sino a creare la trama nascosta dell’immagine che la storia compone. La visione della storia cristiana per il periodo che segue dopo l’Incarnazione e la morte di Gesù sulla Croce parla di “pienezza dei tempi”: da allora il tempo muta qualità, nulla può più accadere di “assiale”, tutto si traduce nell’attesa della discesa della Gerusalemme celeste e della riassunzione del creato nel seno del Padre. Gli stessi testi sacri in cui è espressa la Rivelazione divina che il cristianesimo accoglie sono testi storici, dai libri della Bibbia ai Vangeli e quella che viene detta “storia sacra” racconta l’evolversi nel tempo, da Adamo a Noè, dall’elezione del popolo ebraico — in Mosè e Davide, nei profeti e in san Giovanni Battista — a Gesù di Nazaret, del rapporto fra il Creatore e l’umanità.
Ne consegue che nulla meglio della coniugazione della prospettiva cristiana con quella conservatrice si rivela salda e feconda. Il conservatore “completo” non è l’agnostico o l’immanentista, bensì chi intreccia la sua prospettiva secolare con quella metafisica e soprannaturale cristiana. Non a caso la maggior parte dei pensatori conservatori occidentali ha professato la fede cristiana, eventualmente — a partire dal capostipite Edmund Burke — non nella confessione cattolica, ma sempre alla luce della visione della storia che si evince dalla Rivelazione.
E non è nemmeno un caso che il nerbo del pensiero conservatore sia di matrice cattolica. Ma non si tratta solo di pensiero. La reazione popolare contro la grande negazione del conservatorismo che è la Rivoluzione francese, quella del 1789, specialmente nelle cause scatenanti, si presenta come ribellione contro gli oltraggi ai simboli religiosi e alle chiese perpetrati ovunque dai rivoluzionari, come pure, in parallelo, contro la drastica laicizzazione della vita — una vita popolare allora intrisa sin nelle fibre più profonde e animata nei ritmi quotidiani dal cristianesimo — imposta dei regimi “giacobini” in tutta Europa. Possiamo quindi dire che tanto il senso comune spontaneamente reattivo contro la cancellazione delle tradizioni, quanto la riflessione articolata degli uomini di cultura conservatori sono imbevuti di religiosità.
E tale non potrà non essere il conservatorismo del futuro, pena essere solo una pallida imitazione del modello. Il cattolico conservatore, sebbene sappia che la storia abbia un fine e anche una fine, non legge i “segni dei tempi” come avverarsi di un piano fatale: sa che le civiltà — e la cristianità ne è la prova-limite — nascono crescono e muoiono nel tempo e che la storia è la dimensione sì del “fato”, di quanto è stato già detto e voluto da Dio, ma è anche il regno della libertà e della creatività dell’uomo, “maschera di Dio”. Il conservatore vuole sconfiggere il trend radicalmente decostruttivo della “post-modernità” e restaurare una civiltà “a misura d’uomo e secondo il piano di Dio”, quel piano di Dio che ha già trovato secoli fa incarnazione nell’ordine temporale: ma non ha un disegno preordinato, né tanto meno pensa che le cose si evolvano in maniera “meccanica”, come nelle teleologie progressiste novecentesche. Ha un desiderio, una speranza e anche, se vogliamo, una metodica di azione imparata dai maestri della Contro-Rivoluzione: ma senza l’affidamento alla Provvidenza tutto ciò sarebbe vano.
Oscar Sanguinetti