“L’ambientalismo – scriveva Scruton – è la quintessenza della causa conservatrice, l’esempio più vivo nel mondo, così come lo conosciamo, di quel partenariato fra i morti, i vivi e i non ancora nati, di cui Burke faceva l’apologia e vedeva come l’archetipo del conservatorismo”. Un articolo di Gennaro Malgieri.
Conservare è preservare, ma anche tramandare ed innovare in coerenza con i principii che si ritengono irrinunciabili. La causa ambientalista, stupidamente fatta passare per uno degli asset ideologici della sinistra in quanto ritenuta arbitrariamente in opposizione al capitalismo, è quanto di più conservatore vi possa essere, e non per un pre-giudizio ideologico, quanto per la connessione tra la natura, manifestazione perenne della creazione, e la perpetuazione delle forme viventi, a cominciare dall’uomo. Se taluni ecologisti di sinistra fossero meno ignoranti si rivolterebbero, proprio in nome della conservazione della natura, contro il modernismo socialista ed il progressismo invasivo, le cui conseguenze inquinanti derivano dal produttivismo esasperato che sta lacerando il Pianeta. Il collettivismo e l’idealismo globalista sono i nemici della natura e stravolgono l’ambiente, come constatiamo, a beneficio della mostruosità effimera rappresentata nel passato, ma non del tutto cancellata nel presente, dall’efficientismo autoritario statalista (Russia e la Cina, esempi emblematici) e dall’egoismo personalista (il liberismo). L’equilibrio sta nella conservazione della natura che non si sposa con gli atteggiamenti stakanovisti e con le avide acquisizioni e trasformazioni di ciò che è indisponibile come “bene comune”.
Roger Scruton (1944-2020), il più grande filosofo conservatore contemporaneo, ha più volte evidenziato nei suoi saggi l’incompatibilità tra ambientalisti e socialisti: questi, come hanno dimostrato nei Paesi in cui hanno dominato per decenni, si sono fatti promotori di un gigantismo architettonico che, oltre all’inquinamento, ha deforestato aree del Pianeta immense, non diversamente dal capitalismo selvaggio che ha desertificato altrettante vaste zone, come l’Amazzonia, per costruire veloci autostrade e arricchirsi con lo sfruttamento del caucciù, il tutto ai margini di città precarie, costruite come dormitori e somiglianti a campi di detenzione per gli operai costretti quasi in schiavitù nelle profondità delle zone dove si spegnevano, a causa di presenze sgradite e sgradevoli, tribù che la civilizzazione nel corso dei secoli non era riuscita a scalfire, come gli Yanomami ormai ridotti a simboliche presenze sulle rive del Rio delle Amazzoni.
“L’ambientalismo – scriveva Scruton – è la quintessenza della causa conservatrice, l’esempio più vivo nel mondo, così come lo conosciamo, di quel partenariato fra i morti, i vivi e i non ancora nati, di cui Burke faceva l’apologia e vedeva come l’archetipo del conservatorismo”. Ciò vuol dire che nulla ci appartiene in eterno, tanto meno le risorse naturali.
Quel di cui godiamo e che ci rende responsabili della preservazione, oltre che del soddisfacimento naturale con l’obbligo di non distruggere, ma di incrementare, è il “tesoro” che vincola le generazioni. Perciò distruggere al puro scopo di arricchirsi è quantomeno “selvaggio”, ma pure incongruo ai fini della continuità della specie.
Sfruttare, insomma, indiscriminatamente, la natura è un affronto a noi stessi, alle generazioni passate e a quelle che verranno. È il presupposto dell’impoverimento come lo è la distruzione paesaggistica o l’avvelenamento dei corsi d’acqua per i motivi più vari “giustificati” da logiche di potere o di accaparramento di ricchezze.
Il riferimento a Burke, capostipite del conservatorismo, da parte del pensatore britannico è più che pertinente. Secondo Scruton, infatti, per salvare la natura occorre comprendere quali sono i motivi che mantengono le persone in una reciproca forma di relazione tra di loro. Motivi che sono al centro della riflessione conservatrice. Tra essi si situano due stati d’animo, dice Scruton, citando Burke, de Maistre, Oakeshott, Kirk: l’amore per il bello è l’amore per il focolare. I principali pensatori conservatori, hanno dedicato, infatti, buona parte della loro riflessione ai temi estetici consapevoli che la salvaguardia della bellezza non è solo un capriccio privato, un’infinita preoccupazione per le specie naturali, ma al contrario, l’esperienza con la quale si tenta di adattare il mondo alle nostre esigenze ed le nostre esigenze al mondo. In altri termini, informare l’agire ai principi di responsabilità e di equilibrio: i caposaldi, a ben vedere, del pensiero conservatore.
Per ciò che concerne l’amore per il focolare, Scruton ritenendolo uno dei motivi che legittima il conservatorismo, scrive: “È a causa del suo amore per la propria dimora se il popolo difende il proprio Paese dai nemici interni… combatte l’immigrazione clandestina… si oppone al multiculturalismo… e insiste nel far crescere i propri figli nella fede ancestrale… È proprio l’amore per la propria dimora che offre le ragioni più forti a cui il movimento ambientalista potrebbe fare appello”.
Molta è la confusione, comunque, nel mondo conservatore a proposito di ambiente. Forse bisognerebbe cercare altrove, in un ambito non definito aprioristicamente “conservatore”: penso agli scrittori americani Henry Thoreau (1817-1862) e al nostro contemporaneo Wendell Berry (1934). Le idee di questi due intellettuali, così temporalmente distanti tra loro, si fondano sull’oikophilia, l’amore per la propria casa, e l’ostilità verso le ideologie dello sradicamento, che i conservatori dovrebbero combattere quando si connotano come “grandi imprese”, megalopoli o egemonie multinazionali. Scruton ha criticato il conservatorismo quando si è appiattito su queste tematiche, legittimandole e perdendo nello stesso tempo la sua anima: quel che accade negli Usa è emblematico al riguardo.
Il lealismo locale, il sentimento della vicinanza che molti conservatori non capiscono più, farebbero indietreggiare, se venissero sostenuti, gli ambientalisti di sinistra facendo loro capire che quei valori supportano l’idea di nazionalità “visto – come osserva Scruton – che le nazioni sono delle comunità che si sono date una forma politica. Esse sono pronte ad affermare la loro sovranità, traducendo il comune sentimento di appartenenza in decisioni collettive e in leggi che si danno da sé. La nazionalità è una forma di legame territoriale, ma è anche un’intesa di natura prelegislativa. Inoltre, le nazioni sono agenti collettivi della sfera dei processi decisionali globali. Solo mediante l’appartenenza a una nazione l’individuo riesce ad avere voce in capitolo negli affari mondiali”.
Ecco perché, la nazione è questione che attiene alla natura, sostanzia l’ambientalismo, racchiude le ragioni che tengono insieme il patto generazionale. La nazione è un causa ecologica alla quale l’opzione conservatrice prioritariamente dovrebbe guardare.
Più vicini a noi i provvedimenti filo-ecologisti dei presidenti repubblicani Richard Nixon e Ronald Reagan. Il primo creò la Environmental Protection Agency (nel 1970 propose 36 differenti leggi ambientali), e sfidò il senatore democratico Ed Muskie per vedere chi fosse il più deciso nel ridurre l’inquinamento atmosferico. Contemporaneamente, in California, l’allora governatore Ronald Reagan dedicò buona parte del suo discorso sullo Stato della nazione ai problemi ambientali, affermando “l’assoluta necessità di combattere una guerra totale contro il degrado dell’ambiente”. Reagan scrisse su “Nation’s Business” che “il grande tema che più probabilmente dominerà l’attenzione politica della nazione negli anni Settanta [è] la protezione ambientale… La mentalità da bulldozer del passato è un lusso che non possiamo più permetterci. Le nostre strade e qualunque altro progetto pubblico devono essere pianificati in modo da evitare la distruzione dei nostri paesaggi, e da evitare di modificare senza motivo l’equilibrio ecologico”.
La “National Review”, riferimento storico dei conservatori, scriveva che se le industrie non la smettevano di inquinare “dobbiamo trovare il modo di costringerle… Si dovrebbe intervenire presso le persone che contano ancor prima che accadano fatti spiacevoli. Invece di manifestare nella Quinta Strada in nome dei cuccioli di foca, i difensori dell’ambiente otterrebbero risultati assai migliori picchettando i country club delle contee di Nassau, Fairfield e Morris”.
Altro che le temerarie, nonché ridicole, le invettive lanciate a suo tempo da Donald Trump contro le politiche climatiche come se fossero ubbie di hippy fuori stagione! Vorremmo ricordargli che il fondatore del moderno Grand Old Party, Barry Goldwater, unitamente al più intellettualmente cospicuo conservatore James Buckley, non fecero mistero del loro ambientalismo negli anni Sessanta.
Per venire ai nostri giorni, ci limitiamo a citare ancora Scruton che ha sostenuto come i Paesi europei siano governati da classi politiche incolte e inconsapevoli del destino delle nazioni che guidano e si nascondono dietro “gli usci sbarrati delle istituzioni europee” dalle quali promanano direttive demenziali volte a travolgere l’anima di una comunità vasta di nazioni e popoli fino a sfibrarla. Oggi la causa ambientalista è tutt’altro che divisiva. Essa è sostanzialmente ascrivibile alla cultura dell’ “et-et” piuttosto che a quella consunta fondata sull’“aut-aut”. Nella consapevolezza che soltanto puntando sui grandi temi si possono proporre scenari perfino suggestivi, nonostante l’oggettiva drammaticità che li connota, a un’opinione pubblica frastornata dal politicamente corretto da un lato e dal politicantismo di piccolo cabotaggio dall’altro.
Se, visto ciò che si sta muovendo nel mondo ambientalista non asservito a una desolante sinistra priva di idee e incapace di rinnovarsi, toccasse ai conservatori adottare uno slogan per sintetizzare il pensiero ecologista oggi, Scruton non avrebbe dubbi: “Feel locally, think nationally” (“senti localmente, pensa nazionalmente”). Come dire: allo Stato-nazione non vi è alternativa, a meno di non volerci suicidare rincorrendo le paranoie globaliste che l’Unione europea artificiosa ci sta ammannendo come un virus.
Gennaro Malgieri