Trascrizione della comunicazione alla tavola rotonda svoltasi in occasione del Convegno sul Conservatorismo del 21 ottobre 2023 a Napoli.

Laura Boccenti

La società occidentale sta vivendo una fase di declino demografico e culturale. Tolta di mezzo la fede giudaico-cristiana, soppiantata da un amalgama di consumismo, cancel culture e diritti individuali, essa fatica a trovare la strada del rapporto con le altre culture, presenti non solo all’esterno, ma anche all’interno delle società occidentali.

Tre ipotesi

Quali sono le possibilità che la nostra società si trova di fronte?

  1. Scontro di civiltà: non sembra una vera opzione perché di fatto significa accettare che non esistano alternative alla guerra.
  2. Convivenza nella frammentazione: sembra una strada difficilmente praticabile senza arrivare allo scontro, perché la forma dello Stato-nazione prodotto dalla Rivoluzione francese e dalle guerre dell’800 non è idonea alla convivenza di comunità con differenti valori e visione della vita. Negli Stati nazionali le leggi sono espressione della volontà della maggioranza e non c’è un’autorità superiore al popolo. Diversa era la situazione degli Imperi, entità politiche multiculturali e multireligiose, nelle quali convivevano popolazioni diverse per lingua, cultura e fede religiosa, dove ogni etnia e ogni comunità confessionale si regolava secondo le proprie convinzioni e tradizioni, tradotte in norme di diritto comune e di codice di famiglia.
  3. Integrazione o convivenza delle differenze:quest’ultimo percorso è duplice, infatti può essere inteso come compromesso o rinuncia alla propria identità, oppure come convivenza delle differenze sulla base di principi condivisi.

La riflessione sul significato del conservatorismo, dal punto di vista culturale, può offrire qualche spunto su come pensare l’integrazione a partire da principi condivisi, evitando sia lo scontro di civiltà, sia il suicidio dell’Occidente.

Il conservatorismo non è un’ideologia politica, anche se ha un pensiero costituito da una costellazione di teorie, valori e giudizi “che si traducono in estetiche e culture politiche” (Marco Invernizzi, Oscar Sanguinetti, Conservatori, Ares, 2023, p. 12).

Il 1789

Non è un caso che il conservatorismo europeo prenda corpo e fisionomia quando scoppia la Rivoluzione francese; infatti, proprio “… Nell’atto di reagire … i conservatori inizieranno a capire che non si poteva soltanto difendere e ripristinare tout court la realtà  … demolita dai rivoluzionari, bensì … bisognava recuperare i caratteri costitutivi e i cardini di quel mondo che fino ad allora avevano dato per scontato” (Conservatori, cit., pp. 13-15).

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Nel mondo negato dalla Rivoluzione francese, al di sotto della dimensione istituzionale e delle diverse espressioni della civiltà, a un livello più fondamentale, si trovano le idee, i valori, gli stili di vita che animavano la società del tempo e che non coincidevano tanto con la sua materialità, quanto con i principii che davano vita al tessuto sociale e politico, la loro “anima” appunto.

Si può dire che quando la Rivoluzione scoppia è già finita, nel senso che la dimensione fattuale non è che la conclusione di un percorso culturale che prima ha penetrato i cuori e le menti degli uomini.

Il ruolo della cultura

La dimensione profonda di una civiltà, la sua anima, è la cultura.

L’etimologia della parola rimanda alla coltivazione, quindi al duro lavoro di coltivare se stessi e il mondo, ma anche alla coltivazione dei legami familiari, sociali e religiosi, che rendono “abitabili” dall’uomo le relazioni in cui ciascuno è attore e recettore in un sistema fittissimo di scambi in cui si esprime e si realizza l’identità dei singoli.

La cultura non si riduce perciò a un sapere teorico, ma comprende anche gli stili relazionali, i modi di comportarsi ricevuti in eredità dai padri, principalmente attraverso la parola proferita, anzi, proprio il linguaggio e i comportamenti (a 360°: da come si vive – cioè si parla, ci si veste, si arreda la casa, ecc. – a come si muore) sono il veicolo principale di trasmissione di una visione del mondo.

Jean Lacroix, parlando della civiltà, ma le sue parole si adattano senza sforzo anche alla cultura, osservava: «La civiltà … non è né una filosofia teorica né un puro fat­to sociologico, ma una metafisica in azione che s’incarna in istituzioni sempre per­fet­ti­bili. Di conseguenza, si può e si deve dire che civilizzare significa umanizzare, e che la vera civiltà può essere soltanto a immagine dell’uomo, ma a condizione di farsi una giusta concezione dell’uomo» (Les éléments costi­tu­tifs de la notion de civilisation, in Semaines Sociales de France, Versailles, 1936, pp. 116-118).

La cultura sottesa al mondo negato dalla Rivoluzione francese era ciò che restava della Cristianità al tempo dell’Illuminismo.

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Che cos’era la Cristianità? Era una civiltà imperfetta, talvolta anche gravemente imperfetta, che aveva però cercato di modellarsi sul messaggio evangelico.

Era una civiltà frutto dell’inculturazione della fede cristiana, una fede che aveva innervato la visione dell’uomo e del mondo, nata dall’incontro tra Atene, Roma e Gerusalemme e che si era affermata attraverso un percorso lungo e complesso, in cui avevano giocato un ruolo importante anche il mondo celtico e quello germanico.

Il cristianesimo è una religione rivelata e universale e, in quanto tale, non va posta sullo stesso piano delle culture umane, né va pensata o percepita come loro rivale.

C’è un bel paragone di Fabrice Hadjadj che chiarisce bene il rapporto tra cristianesimo e cultura : “Se si possono paragonare le culture a specie vegetali, la Rivelazione cristiana non è una specie più viva e più bella, che dovrebbe sostituire le altre, come un’erba meravigliosa più virulenta dell’erbaccia. È più come il sole, la pioggia e le forbici del giardiniere. È ciò che permette a ogni cultura di crescere, di purificarsi, di dare fiori più belli e frutti più gustosi” (Discorso pronunciato in occasione del Premio cultura cattolica di Bassano del Grappa, 30-10-21, https://www.tempi.it/voi-mi-premiate-e-io-non-posso-che-consegnarmi-al-padre-eterno/).

E’ grazie a questo lavoro di potatura, purificazione e crescita, che le culture antiche hanno potuto contribuire alla formazione di giardini e campi coltivati, dove la varietà dei caratteri concorreva alla ricchezza dell’insieme, costituendo la cristianità.

Questo percorso però è stato possibile perché, pur nelle profonde differenze d’identità, nell’antichità e nel medioevo esistevano le premesse per l’inculturazione della fede.

Premesse riassumibili in quello che la tradizione filosofica sinteticamente definisce “senso comune”, ossia l’insieme delle certezze comuni a tutti gli uomini, che precedono ogni riflessione critica e che derivano dalla realtà: l’esistenza della realtà stessa, la differenza tra il soggetto cosciente di sé, razionale e libero e il mondo degli oggetti, l’esperienza della responsabilità delle proprie azioni e quindi dell’esistenza di un ordine morale, l’intuizione della necessità di un fondamento metafisico del mondo.

Nella storia dell’Occidente, a partire dalle varie tradizioni culturali radicate nel senso comune, si sono sviluppate la ricerca di una verità universale, di un diritto universale, della libertà della persona e del limite dell’autorità.

Ma all’interno di questa storia nasce anche la critica radicale al fondamento che aveva unito le diverse tradizioni culturali, una critica che inizialmente contesta singoli aspetti dell’insieme, per mettere alla fine in discussione le stesse premesse della cultura occidentale.

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E qui sorge un grande problema, perché se è vero che le premesse sulla cui base è cresciuta la cultura occidentale sono costituite dal “senso comune”, allora esse, nella loro universalità, costituiscono la condizione di possibilità di qualsiasi cultura e civiltà, non solo di quella occidentale.

Il relativismo

Negli ultimi decenni abbiamo assistito al moltiplicarsi di correnti e indirizzi tematici, talvolta molto diversi tra loro, ma con un minimo comun denominatore che li collega, costituito dall’avversione all’umanesimo occidentale e al suo universalismo.

Wokismo, Cancel culture, ambientalismo radicale e tecno utopie – dal transumanesimo alla fantasia dei computer che diventano coscienti -, hanno un terreno di coltura comune e un punto di convergenza.

Il terreno comune è costituito dal sospetto e dalla demitizzazione della verità sull’uomo e sul mondo, cioè dal relativismo con la relativa negazione di verità e valori universali.

Di qui il punto di convergenza dell’anti-occidentalismo e dell’anti-umanesimo, cioè la coercizione: infatti, se niente è vero e tutto si equivale, nessun criterio potrà valere per tutti e rimarranno solo le possibilità della violenza o della manipolazione.

Concludo con due domande:

Perché essere conservatori?

Perché se è vero che le culture possono scomparire a vantaggio di un’altra cultura, è anche vero che possono anche essere eliminate da qualcosa che non è più una cultura, ma un modello o un programma privo della qualità propria della cultura di rendere “abitabile” dall’uomo il mondo delle relazioni e questo per l’assenza di una condizione necessaria: la condivisione delle certezze comuni che derivano dall’esperienza della realtà.

Perciò la risposta, breve, alla domanda: “perché essere conservatori oggi?” mi sembra debba essere “perché per la sopravvivenza dell’umano è necessario tornare alla realtà delle cose”.

Cosa fare oggi per rinnovare la cultura in una prospettiva realista e quindi conservatrice?

Mi sembra che si debba avere le idee chiare su ciò che è l’essenziale della Tradizione da mettere in salvo, senza cedere a tentazioni nostalgiche, insieme alla determinazione a rinnovare la vitalità delle radici fondamentali e universali della nostra cultura, sapendo che le parole che pronunciamo e le opere che mettiamo in campo saranno efficaci solo se e quando contengono la verità dell’esistenza.

TESTATA

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