La risposta all’odio di una propaganda tossica e malvagia.

Che cosa è avvenuto in questo mese che possa essere letto da un punto di vista conservatore?

Normalmente chi ha un’idea di che cosa sia il conservatorismo, ce l’ha sbagliata, perché pensa al conservatore come a un fissato del passato, cioè accetta perfettamente l’idea di conservatorismo che viene definita dai suoi nemici. Purtroppo, la storia si ripete spesso, con attori diversi, ma con logiche simili e chi ha in mano l’egemonia culturale non soltanto definisce il luogo e i tempi della partita ma anche come devono giocarla gli avversari. Ha scritto su Libero a questo proposito Daniele Capezzone alcuni giorni fa, auspicando tutta una serie di interventi nella società odierna per affermare una cultura che sappia scalzare l’egemonia progressista. Belle idee, difficili da realizzare. Così come sarebbe bello potere rispondere alla domanda che si pone Emanuele Boffi su Tempi: perché l’agenda viene sempre dettata dagli altri, e la destra deve sempre inseguire?

In questo mese abbiamo visto da vicino tutto questo, a proposito della tragica vicenda di Giulia Cecchettin, la ragazza uccisa, l’ennesimo femminicidio che ha scatenato una tempesta perfetta, emotiva al massimo livello ma anche lucida, contro il cosiddetto patriarcato. Che cosa s’intenda con questa parola risulta difficile da capire. Il Comune di Milano ha superato tutti nell’aiutarci a capire: su un sito del Comune, appaiono in successione frasi del tipo “Milano città delle donne” con i poveri uomini costretti a cambiare residenza, seguita dall’altra frase “Il patriarcato uccide”, con il risultato che molti si mettono a ridere invece di riflettere su una tragedia come quella avvenuta fra i due giovani del Friuli. Forse invitando a un seminario docenti (seri) di diritto romano e bizantino, storici del Medioevo e del cristianesimo, si potrebbe arrivare a una definizione (ma soprattutto a una comprensione sebbene approssimativa) di che cosa sia stato il patriarcato. Ma sottolineo “stato” perché il patriarcato è una istituzione del passato, quando esisteva un’organizzazione sociale diversa. Oggi è in crisi la famiglia e soprattutto la trasmissione dai genitori ai pochi figli rimasti, figuratevi che cosa c’entri il patriarcato. Lo ha detto e scritto su diversi giornali perfino Massimo Cacciari, che non è un alfiere dell’istituto familiare ma è persona intelligente e attenta.

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Tuttavia, dietro questa furia emotiva si nasconde qualcosa di grave: l’odio. Ma non l’odio contro una persona che ti respinge o dice di non amarti più, tipico caso di un amore “tossico” perché possessivo, che si trasforma in odio. Questi casi esistono, sono sempre esistiti e vanno combattuti con l’educazione e la repressione. Oggi si pensa di combatterli con i corsi obbligatori all’affettività, stile nordcoreano come ha scritto Boffi, e con nuovi inasprimenti delle leggi che già esistono. Avete un’idea di che cosa possa accadere durante questi corsi nelle classi di oggi? Provate a interrogare i vostri figli e nipoti e fatevelo descrivere.

La furia emotiva di questi giorni, tuttavia, è anche lucida e ha un obiettivo. Per lotta contro il patriarcato si intende lotta contro la famiglia e contro il padre in particolare, come responsabile ultimo, come autorità incarnata, come “uomo della legge”, tutte cose che si vorrebbero fare scomparire.

Che sia difficile comandare è indubbio, che cioè sia cosa ardua trovare l’equilibrio fra tenerezza e guida, fra chi deve prendere le decisioni ultime (e qualcuno ci deve pur essere) e condivisione, ma oggi l’obiettivo di questa marea montante è portare a termine quanto cominciato nel 1968, oltre mezzo secolo fa. Anche allora l’obiettivo era la famiglia, la figura paterna, il rapporto fra genitori e figli e il difficile equilibrio fra uomo e donna, fra marito e moglie. Il progressivo processo di erosione del corpo sociale è andato avanti, un po’ di famiglie hanno cominciato a organizzarsi e a resistere e reagire. Ne è nato un conflitto, che ha preso il posto della lotta di classe (nel frattempo gli operai erano diventati una minoranza del corpo sociale quindi poco utili alla rivoluzione) e quindi gli Stati occidentali hanno fatto delle leggi favorevoli allo sgretolamento della famiglia, e ormai si sta diffondendo la tesi che di famiglie ce ne sono tante quanto la fantasia degli uomini riuscirà a partorire.

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Che cosa può fare un conservatore in questo contesto? Anzitutto dire pubblicamente la verità sull’uomo, senza cadere nella trappola dell’ideologia contraria a quella dominante, cioè senza negare che il problema del femminicidio esiste, ma che è il frutto di una cultura che non ha compreso come il rapporto fra uomo e donna si costruisce, anche faticosamente, nella comunione fra i due, non nella lotta per affermare il proprio potere. Femminismo e maschilismo sono due facce della stessa rivoluzione antropologica, avvelenata di narcisismo e di disprezzo per l’altro, anche se a volte mascherato da un falso amore. Solo l’amore, quello autentico, rende sopportabile l’autorità, che deve esserci ma deve anche essere praticata come insegna il cristianesimo, guardando alle parole di Cristo: «Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,35-45).

E’ sorprendente che quasi nessuno a mia scienza in questi concitati giorni in cui si è parlato e scritto soltanto sul femminicidio della povera Giulia si sia ricordato dell’insegnamento di san Giovanni Paolo II e in generale del Magistero sul significato dell’amore sponsale. Esso ci aiuterebbe a capire l’origine della crisi attuale, soprattutto dei giovani, spesso talmente incerti della propria identità, anche ma non solo sessuale, da diventare con quelle “canne al vento” di cui si legge nel Vangelo. E le canne al vento oggi sono bombardate da una propaganda asfissiante, che si vuole addirittura istituzionalizzare anche nelle scuole, che viene sistematicamente trasmessa dai media (con poche meritorie eccezioni) e dai luoghi dove si genera l’opinione pubblica, scuola, università, editoria, ecc.

San Giovanni Paolo II aveva presente quanto l’uomo maschio sia tentato di abusare nelle relazioni con l’altro sesso. Ma aveva presente anche e soprattutto la grandezza dell’ideale a cui l’uomo e la donna sono chiamati: come «”unità dei due”» l’uomo e la donna sono chiamati sin dall’inizio non solo ad esistere “uno accanto all’altra” oppure “insieme”, ma sono anche chiamati ad esistere reciprocamente “l’uno per l’altro”» (Mulieris dignitatem, 7).

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Se questo ideale è stato storicamente minacciato, in diverse culture, dalla prevaricazione dell’uomo maschio e se nella storia l’insegnamento evangelico sul rapporto fra uomo e donna è stato spesso rifiutato anche nell’Occidente cristiano, nell’epoca successiva alla Rivoluzione del 1789 e in particolare oggi questo ideale altissimo è minacciato da una sottile e pericolosa proposta ideologica: «Ai nostri tempi la questione dei “diritti della donna” ha acquistato un nuovo significato nel vasto contesto dei diritti della persona umana. Illuminando questo programma, costantemente dichiarato e in vari modi ricordato, il messaggio biblico ed evangelico custodisce la verità sull’”unità” dei “due”, cioè su quella dignità e quella vocazione che risultano dalla specifica diversità e originalità personale dell’uomo e della donna. Perciò, anche la giusta opposizione della donna di fronte a ciò che esprimono le parole bibliche: “Egli ti dominerà” (Gen 3, 16) non può a nessuna condizione condurre alla “mascolinizzazione” delle donne. La donna – nel nome della liberazione dal “dominio” dell’uomo – non può tendere ad appropriarsi le caratteristiche maschili, contro la sua propria “originalità” femminile. Esiste il fondato timore che su questa via la donna non si “realizzerà”, ma potrebbe invece deformare e perdere ciò che costituisce la sua essenziale ricchezza» (Mulieris dignitatem, 10). 

Ritorno all’inizio del nostro ragionamento. Che cosa è successo in questo mese? Un’accelerazione, spinta dall’odio, verso una ulteriore dialettizzazione del rapporto fra l’uomo e la donna. Che cosa possiamo fare in questo clima ideologico e carico di tensione: conservare la verità sull’«unità dei due», e trasmetterla per quanto possibile. E così dimostrare che la preziosa grandezza del Magistero di Giovanni Paolo II e in generale della Chiesa sul “mistero femminile” è ancora feconda.

Marco Invernizzi

TESTATA

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