Un profilo biografico e intellettuale di Edith Stein (Santa Teresa Benedetta della Croce) (1891-1942).

Edith Stein nasce a Breslavia, cittadina all’epoca della Slesia tedesca e oggi della Polonia, nel 1891, undicesima figlia di una coppia di ebrei molto religiosa. Rimasta precocemente orfana di padre, Edith manifesta sin dall’infanzia un’intelligenza vivace. Nel 1911, s’iscrive alla facoltà di Germanistica, Storia e Psicologia dell’università di Breslavia. In quegli anni si riconosce nel femminismo radicale e, sin dai quattordici anni si dichiara atea.

Attratta dalle riflessioni sulla fenomenologia del filosofo e matematico Edmund Husserl (1859-1938) e nel 1913 si trasferisce all’università di Gottinga per seguirne le lezioni. La fenomenologia si interroga sul modo in cui la coscienza fa esperienza delle cose (o meglio dei ‘fenomeni’, dal greco phainomai, apparire). A differenza del suo maestro, però, Edith Stein avverte la necessità di un ritorno al realismo, cioè al riconoscimento dell’indipendenza della realtà dal soggetto che la percepisce.

A Gottinga l’incontro col filosofo Max Scheler (1875-1928), convertito al cattolicesimo, e col filosofo del diritto Adolf Reinach (1883-1917), protestante, la fa entrare in contatto con un mondo che ne scuote i pregiudizi razionalistici. Dinanzi a questi nuovi stimoli culturali, accetta la fatica della ricerca e del “pellegrinaggio” esistenziale, per cui è ricordata da Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio (1998) nel novero di quei pensatori più recenti che hanno compiuto una «ricerca coraggiosa» sul «fecondo rapporto tra filosofia e parola di Dio».

Nel 1915 presta servizio come crocerossina volontaria e nel 1916 discute la dissertazione di laurea su Il problema dell’empatia. Gli anni dal 1916 all’estate del 1921, momento della sua conversione al cattolicesimo, sono segnati dall’approfondirsi della crisi interiore. Saranno determinanti, in questo suo itinerario, l’incontro con gli esercizi di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) e la lettura della Vita di santa Teresa d’Avila (1515-1582). Riceve il battesimo e la cresima nel 1922.

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Edith vive la sua conversione al cattolicesimo come un ritrovamento della fede dei padri perduta negli anni dell’adolescenza: «Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica» affermò Edith, «e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio»[1].

Dopo la conversione, si occupa in modo sistematico della dottrina di san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274), di cui tradurrà in tedesco le Questioni sulla verità. In quegli anni svolge un’intensa attività di conferenziera su temi filosofici e pedagogici impegnandosi, in modo particolare, per la promozione umana, sociale e religiosa della donna.  L’incontro con i mistici la orienta verso la vita contemplativa nell’ordine carmelitano. Il 14 ottobre 1933 entra nel Carmelo di Koln-Lindenthal e aggiunge al nome di battesimo di Teresa quello di Benedetta della Croce. In convento prosegue l’attività di studio, ampliando lo scritto d’abilitazione alla docenza, Atto e potenza, nel tentativo di attuare una sorta di fusione tra tomismo e fenomenologia. Lo conclude nel 1936 e lo intitola Essere finito ed essere eterno.

Dopo le manifestazioni antigiudaiche della notte fra l’8 e il 9 novembre 1938, Edith viene trasferita al Carmelo di Echt, in Olanda, ed è raggiunta dalla sorella Rosa, pure convertitasi al cattolicesimo. Prima dello scoppio della seconda guerra mondiale (1939-1945), suor Teresa Benedetta della Croce scrive così a madre Giovanna van Weersth, del Carmelo di Beek, in Olanda: «Prima è venuto dall’oriente il Bolscevismo, con la lotta contro Dio, poi il Nazionalsocialismo, con la lotta contro la Chiesa. Ma né l’uno né l’altro vincerà. Vincerà alla fine Cristo». Alla sua priora, nel marzo del 1939, chiede di poter offrire la propria vita per la pace: «Cara madre, […] mi permetta di offrirmi […] in sacrificio di espiazione per la vera pace: perché il regno dell’anticristo sprofondi, se possibile senza un nuovo conflitto mondiale, e che un nuovo ordine si impianti».

Il 10 maggio 1940 l’esercito tedesco invade il Lussemburgo, il Belgio e l’Olanda e iniziano le carcerazioni e le deportazioni di cittadini ebrei. Nel 1942 viene emesso un ordine di cattura anche per le poche centinaia di ebrei cattolici. È un atto di rappresaglia contro l’episcopato olandese che, l’11 luglio 1942, aveva inoltrato un telegramma di protesta per le persecuzioni antisemite in atto. Alle cinque pomeridiane del 2 agosto 1942, Edith Stein viene prelevata insieme alla sorella Rosa dal convento, e una testimone la sente dire alla sorella: «Vieni, andiamo per il nostro popolo».

Il 9 agosto le sorelle Stein arrivano ad Auschwitz-Birkenau e, sebbene non sia stato possibile stabilire con certezza il momento della morte di Edith, è probabile che sia stata subito destinata alle camera a gas. In un messaggio che riesce a inviare dal campo di raccolta di Westerbork alla priora di Echt si legge: «Sono contenta di tutto. Una Scientia crucis si può acquistare solo se la Croce si sente pesare in tutta la sua gravezza».

Nel 1998 papa Giovanni Paolo II ha proclamato Edith Stein compatrona d’Europa per «[…] porre sull’orizzonte del vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza», precisando tuttavia che la tolleranza è un valore solo se non si accompagna a prospettive relativiste: «Un’Europa che scambiasse il valore della tolleranza e del rispetto universale con l’indifferentismo etico e lo scetticismo sui valori irrinunciabili, si aprirebbe alle più rischiose avventure e vedrebbe prima o poi riapparire sotto nuove forme gli spettri più paurosi della sua storia».


[1] John Sullivan, Holiness befits your house, Canonization of Edith Stein. A documentation, ICS Publications, Washington 2000.

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