Antonio Capece Minutolo nacque a Napoli il 5 marzo 1768 da una delle più antiche ed illustri famiglie aristocratiche del regno. Vari sono stati i titoli concessi a questa famiglia e fra questi: principe di Ruoti (1625) e di Canosa (1712), duca di San Valentino (1660), barone di Neviano (1385) e di Melissano (1385).
Nella cappella gentilizia, eretta nella cattedrale di Napoli addirittura nel 764, sono rappresentati i ritratti di numerosi uomini politici, cardinali e guerrieri, a testimonianza del servizio plurisecolare reso al Regno di Napoli e alla Chiesa cattolica.
Capece Minutolo compì gli studi di filosofia a Roma, nel Collegio Nazareno dei Gesuiti, ed avviato dal padre alla carriera forense capì ben presto non essere la sua vocazione.
Invitato ad affiliarsi alla massoneria, superò la tentazione al settarismo ed iniziò ad approfondire la studio della teologia e del diritto pubblico della Nazione napoletana.
Nel 1795 il giovane principe inaugurò il suo impegno per la battaglia culturale in difesa della causa del trono e dell’altare, assaltati dagli illuministi e dalla Rivoluzione francese, attraverso una prima pubblicazione, La Trinità, un’orazione dogmatico-filologia per confutare i deisti che reclamano una religione naturale fondata sull’unità di Dio. A questa seguì, l’anno successivo, L’Utilità della Monarchia nello stato civile, una dissertazione accademica «diretta contro i novatori del secolo» in cui ribadiva il ruolo essenziale dei corpi intermedi, secondo la tradizione del regno di Napoli, primo fra i quali l’aristocrazia, e la personalità specifica della società, ancorché sottomessa e fedele al sovrano il quale risulta legittimo in quanto rispettoso delle leggi e delle consuetudini della nazione.
Tra i compiti della nobiltà verso il regno vi era certamente il soccorso con denaro e soldati in caso di pericolo ed invasione. E infatti, per un alto senso dell’onore e della fedeltà, lo stesso principe alla fine del 1798 reclutò milizie e incitò il popolo alla resistenza contro le truppe rivoluzionarie francesi che si apprestavano ad occupare il regno. Con la partenza di re Ferdinando IV di Borbone per la Sicilia, entrò a far parte della Deputazione Straordinaria per il Buon Governo e per l’Interna Tranquillità, ma la sua rivendicazione alla città di Napoli di rappresentare la nazione in assenza del sovrano, secondo le antiche consuetudini del regno, si scontrò con le tendenze assolutistiche, che miravano a rompere il rapporto organico fra monarca e società a svantaggio della seconda, concepita come una massa indifferenziata di sudditi, di Francesco Pignatelli, principe di Strongoli, vicario generale del regno. Questi, anzi, accusò i rappresentanti della nobiltà di voler instaurare una “repubblica aristocratica”, e stipulò un armistizio con gli invasori francesi.
Gli occupanti misero in arresto e condannarono a morte senza processo il principe, ma la liberazione di Napoli da parte dell’esercito della Santa Fede salvò la vita al coraggioso aristocratico, il quale, tuttavia, non sfuggì alla prigionia di cinque anni inflitta dalla Giunta di Stato borbonica per insubordinazione nei confronti del vicario regio.
Graziato dall’amnistia generale del 1801, il principe di Canosa ritornò ai suoi studi e con il Discorso sulla decadenza della Nobiltà individuò la causa del declino del ceto nobiliare nella crisi del sistema monarchico dovuta alla scellerata politica di accentramento, che contribuì a demolire la società tradizionale organica e cristiana. Un esempio emblematico fu lo scioglimento dei Sedili di Napoli con il quale fu sottratta all’aristocrazia ogni residua influenza politica e alla nazione la sua rappresentanza.
Dopo il Congresso di Vienna, denunciò l’ambiguità della Restaurazione ma quando ricoprì l’incarico di ministro della polizia (1816 e 1821) fu sacrificato alla politica del compromesso con i vecchi rivoluzionari e del cedimento, avendo re Ferdinando I ormai perso l’occasione per una restaurazione efficace, ed accontentandosi di quella politica di “conciliazione”, favorita in Europa dal principe di Metternich. I suoi brevi ministeri, tuttavia, si caratterizzarono per un’azione politica fondata sulla propaganda e sulla polemica, anche satirica, con l’ideale rivoluzionario individuando l’uso del teatro come metodo per la formazione di una corretta opinione pubblica: «Dai pergami, sopra le scene dei teatri, nelle pubbliche piazze, nelle gazzette, da mille fogli periodici fare si doveva la guerra ai settari. Essi dovevano essere perseguitati dalla penna e non già dalla spada, col ridicolo e non col tuono serio: da’ comedianti e non dal carnefice. Unica loro pena esser doveva quella di essere esclusi perpetuamente da ogni carica».
Nella sua opera più importante, I Piffari di montagna, ribadendo i tratti essenziali del suo pensiero, il principe coniugò la sua azione politica istituzionale e quella propagandistica alla riflessione politico-religiosa. Fondamentale fu anche l’azione di coordinamento, durante i suoi viaggi in Italia e all’estero, di quei laici e religiosi intenzionati ad imprimere un carattere più profondo ed incisivo alla Restaurazione. Tra questi il teatino padre Gioacchino Ventura, l’apologista modenese monsignor Giuseppe Baraldi, il conte Monaldo Leopardi.
Dopo alcuni anni trascorsi alla corte di Modena, il principe di Canosa si trasferì definitivamente nello Stato Pontificio dove visse gli ultimi anni della sua vita a Pesaro. Qui scrisse la sua ultima opera, Epistola ovvero Riflessioni critiche sulla moderna storia del Reame di Napoli del Generale Pietro Colletta, un’apologia a carattere storico con la quale rispondeva analiticamente alle tesi pubblicate da Pietro Colletta nella Storia del reame di Napoli dal 1734 sino al 1825.