Erano tempi belli, splendidi, quando l’Europa era un paese cristiano, quando un’unica Cristianità abitava questa parte del mondo plasmata in modo umano; un unico, grande interesse comune univa le più lontane province di questo ampio regno spirituale. 

Novalis

Jena, Turingia, 1799 

È passata meno di una settimana dal 18 brumaio, giorno del colpo di stato di Napoleone. Novalis – pseudonimo di Friedrich von Hardenberg (1772-1801) – decide di presentare il suo ultimo pamphlet, Die Christenheit oder Europa (Cristianità o Europa, tr. it. a cura di A. Reale, Rusconi, Milano 1995), di fronte agli altri membri del circolo romantico di Jena. Di questo gruppo facevano parte i grandi nomi del primo romanticismo tedesco – molti dei quali legati alla rivista Athenaeum – come i fratelli Schlegel, Schleiermacher, Tieck, Schelling, Schiller, Fichte e, naturalmente, lo stesso Novalis. Quella presentata davanti a quei nomi illustri, quel 13 novembre, è un’opera assai difficile da definire, un po’ storica e un po’ filosofica, un po’ messianica e un po’ poetica. 

All’interno del saggio, Novalis sostiene che l’Europa deve la sua ricchezza e complessità culturale al cristianesimo, che ha fornito un fondamento morale e spirituale alla civiltà europea. Egli considera la religione cristiana come una forza unificante che ha riunito le diverse culture europee, creando un’identità comune capace di trascendere le differenze nazionali e regionali. Il nostro autore, che ben conosceva la storia antica, era consapevole del fatto che una prima idea di Europa si fosse sviluppata nel mondo ellenico, dove rappresentava la libertà politica greca contrapposta al dispotismo asiatico. Tuttavia, rintraccia le origini di una reale civiltà europea – e di un’unità culturale e spirituale del continente – negli albori del medioevo, in quella “sintesi” che Régine Pernoud definì «civiltà cristiana romano-germanica». Questa posizione, ritenuta all’epoca una forzatura storica grossolana, tanto da costare a Novalis un parere negativo da parte dei membri del circolo, fu in realtà accettata dalla storiografia del XX secolo. Sono stati di quest’opinione gli italiani Chabod e Morghen, oltre che i francesi della École des Annales, come Febvre e Bloch. Ponendo l’accento su una figura come quella di Carlo Magno, emblema dell’unione degli elementi fondanti della civiltà europea, Morghen scrisse a riguardo: «Fuse ormai le popolazioni romanizzate con i Germani, una personalità d’eccezione di guerriero e di uomo di Stato, Carlomagno, era riuscito a dare unità all’Europa romano-germanica, difendendola dagli assalti dell’Islam a Sud, ed estendendo ad Est l’influenza della civiltà cristiana su popolazioni ancora barbare». Ricordò inoltre Febvre: «Per tutto il Medioevo […] la potente azione del cristianesimo, facendo filtrare senza soste, attraverso le incerte frontiere di regni caleidoscopici, grandi correnti di valori cristiani indipendenti dal territorio, ha contribuito a dare agli occidentali una coscienza comune […] che, a poco a poco, è diventata una coscienza europea». 

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Idealizzando questi «tempi belli, splendidi» (schöne glänzende Zeiten) e, dunque, consegnando al lettore una visione un po’ “fiabesca” dell’età medievale, Novalis muove contestualmente una critica alla realtà socioculturale a lui contemporanea. Egli la imposta partendo da quell’idea per cui la nascita del protestantesimo – e le conseguenti guerre di religione – sono state la causa primaria di quella frammentazione religiosa, culturale e politica del continente europeo. Con l’introduzione di un famoso principio, il “cuius regio, eius religio” (Pace di Augusta, 1555), le diverse fedi cristiane cominciarono ad essere sostanzialmente “rinchiuse” da dei confini statali. La religione, quindi, perse «il suo interesse cosmopolitico […] e il suo influsso politico pacificatore», divenendo anzi causa di guerre e sentimenti nazionalistici. 

Novalis riteneva inoltre che le guerre di religione avessero in qualche modo generato quegli esiti di tanta parte dell’Illuminismo, un movimento verso cui provava sentimenti contrastanti, da lui definito come «una seconda riforma» (eine zweite Reformation). Da un lato, riconosceva l’importanza dell’enfasi posta dall’Illuminismo sulla ragione, la scienza e il progresso. Riteneva che avesse portato molti cambiamenti positivi, come lo sviluppo della scienza moderna, la diffusione dell’alfabetizzazione e dell’istruzione e la crescita dell’individualismo e delle teorie democratiche. Tuttavia, era anche dell’idea che l’enfasi posta da questo movimento sulla ragione e sulla razionalità avesse portato a una visione riduzionistica e meccanicistica del mondo, che aveva svalutato il ruolo delle emozioni, dell’intuizione e dell’immaginazione. Novalis, infatti, vedeva il mondo come un’entità complessa e dinamica, che non poteva essere pienamente compresa attraverso la sola analisi razionale. Inoltre, riteneva che l’accento posto dall’Illuminismo sull’individualismo avesse portato a una frammentazione della società, in cui le persone si isolavano l’una dall’altra e perdevano il senso di comunità e di appartenenza. L’esaltazione illuministica del progresso materiale ha portato a un’eccessiva sopravvalutazione del materialismo e del consumismo, che ha creato un senso di alienazione e di distacco dalla natura e dal regno spirituale. 

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Allargando lo spettro di quest’analisi all’intero movimento romantico, possiamo notare che in realtà molti dei suoi esponenti sostengono una parte non irrilevante degli ideali dell’Illuminismo, in particolare quelli di individualità, libertà, antiautoritarismo e uguaglianza. Semplicemente lo accusano di aver degradato questi stessi ideali in individualismo atomistico, mancanza di radici, interesse personale e legalismo astratto, e si propongono di correggere questo stato di cose mostrando la via di un’alternativa. Tuttavia, sul piano del pensiero politico questa distanza di vedute risulta, almeno all’apparenza, parecchio ampia. Infatti, comunemente (ed erroneamente) si tende ad associare il romanticismo tedesco con il nazionalismo o comunque ad un pensiero antitetico al cosmopolitismo, mentre all’illuminismo l’esatto opposto. Niente di più sbagliato, a dire il vero. 

Novalis, ad esempio, non rifiutava il cosmopolitismo in quanto tale, ma solo le sue versioni illuministiche. Era critico nei confronti degli approcci dei suoi maestri, Kant e Fichte, che considerava errati, in quanto basati su una nozione astratta e legalistica di diritti umani. Ad esempio, riteneva assurdo e dannoso l’assunto di Kant secondo cui l’interesse personale e l’antagonismo sociale avrebbero contribuito ad avvicinare la pace perpetua. In questo senso, Novalis e il suo amico Friedrich Schlegel svilupparono ideali cosmopolitici propri. Nella sua recensione del 1796 di “Per la pace perpetua”, Friedrich Schlegel evocò una visione dell’umanità unita in uno spirito di fraternità senza la necessità di leggi coercitive. Tuttavia, la presentazione dell’ideale di Schlegel di una repubblica mondiale non coercitiva rimase solo abbozzata. Fu Novalis a fornire una visione cosmopolita più elaborata. Il suo cosmopolitismo può essere ritrovato esattamente nel saggio qui ricordato, “Cristianità o Europa”. 

Secondo Novalis, dunque, un risveglio di tipo spirituale avrebbe portato l’Europa ad ottenere importanti traguardi politici: la riscoperta delle radici cristiane, infatti, avrebbe dato la possibilità di pensare ad un «contatto più stretto ed articolato degli Stati europei». Sognava un’Europa che fosse un solo stato composto da stati, riprendendo qui sicuramente il pensiero fichtiano; l’auspicio era quindi il consolidarsi di un unico stato confederato che comprendesse la moltitudine dei popoli europei. E questo doveva essere il primo passo verso un nuovo ordine internazionale, garante di una pace universale. Il pensiero di Novalis si caratterizza proprio per questa “doppia fase”, ovvero una prima necessaria unità europea (nel suo caso specifico spiegata da una spinta spirituale) e una conseguente stabilità internazionale. Il nostro filosofo usava queste parole, potenti e meravigliose: 

le altre parti del mondo attendono la riconciliazione e la resurrezione dell’Europa per unirsi a lei e diventare concittadine del regno dei cieli». E l’esito necessario di questo processo non potrà che essere uno solo, «verrà, deve venire il sacro tempo della pace perpetua». Infatti, l’affermazione di una propria identità storica e culturale era considerata come necessaria per poter cominciare un pacifico dialogo interculturale. Diceva a tal proposito Schleiermacher, anche lui membro del circolo di Jena e autore ben conosciuto dal nostro filosofo, «ciò che è comune può essere riconosciuto solo a partire da ciò che è differente. 

Insomma, possiamo dire che l’opera di Novalis, se sviscerata dai suoi contenuti più fiabeschi e ideali, possiede una grandissima attualità. Molti dei temi da lui trattati sono infatti tutt’oggi al centro del dibattito pubblico: Europa unita, ruolo del continente nelle dinamiche globali e multiculturalismo sono forse solo quelli più evidenti. E quella indicata da Novalis può essere – in un certo senso – la via maestra. La sua breve opera ci aiuta, infatti, a riflettere su quanto sia importante riformare l’Europa, su quanto una reale riforma possa far risollevare il Continente. Mi riferisco ad una riforma vera, messa in pratica nel suo senso etimologico, quello del verbo latino reformare, ovvero formare di nuovo, tornare “indietro”, ricercare la forma delle origini. In realtà non si tratterebbe di un “ritorno” al medioevo, ma al contrario di un grande avanzamento politico-sociale, reso possibile unicamente da una storia e da dei valori antichi e condivisi. Come diceva con grande lucidità un noto storico e politico piemontese, Luigi Cibrario (1802-1870), «Immensa è la significazione di questa parola come immensa è l’opera a cui risponde; imperocché riforma è condizione vitale d’ogni umana istituzione o religiosa o civile, la quale in capo a un certo numero d’anni, qualunque sia la sapienza o la santità de’ suoi ordinamenti, infiacchita, snervata, irrugginita si dee detergere, rinvalidare, ricostituire, e, per dirla a un tratto, riformare; riformata sorge a vita novella; non riformata perisce». 

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Luca Ceriotti

TESTATA

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