Su il Sole-24 ore di domenica 11 febbraio Sergio Fabbrini propone una apologia del liberalismo confrontandolo con il conservatorismo: cosa più che lecita e accettabile, a patto però che si trasmetta al lettore una immagine corretta del soggetto verso cui la critica si appunta. E qui, spiace dirlo, l’autorevole articolista del quotidiano della Confindustria lascia non poco a desiderare, perché in realtà sconfina spesso in una critica acidula e non scevra da pregiudizi e da cattiva informazione.
Molti sono i punti che il giornalista tocca e tante le questioni che “chiude” con pochi tratti di penna (come si diceva prima delle tastiere dei PC).
Ne commento solo qualcuno, quelli dove il contrasto fra lo scritto e il vero mi pare più stridente.
Inizio “dall’inizio”: «un conservatorismo culturalmente radicato nella democrazia liberale aiuterebbe il consolidamento di quest’ultima», scrive Fabbrini: fermo restando che è vero che un po’ meno di liberalismo e un po’ più di conservatorismo aiuterebbe davvero l’Italia attuale, l’articolista non si accorge di istituire il classico “ossimoro” immaginando l’aggettivo “conservatore” come correlato a un sostantivo che lo contraddice. In realtà, le due immagini di società, quella conservatrice e quella liberale, come più sotto poi riconosce, sono alternative, anche se con ampi spazi di dialogo pratico: il “radicamento” “culturale” del conservatorismo nella liberaldemocrazia è però, questa sì, una contraddizione…
Poca riflessione culturale da parte dei conservatori? Mi permetto di suggerire il volume Conservatori. Storia e attualità di un pensiero politico (editore Ares) che ho scritto lo scorso anno con Marco Invernizzi e altri amici, dove l’inventario dei temi, dei movimenti, dei gruppi, delle iniziative culturali conservatrici in Italia e altrove è quanto mai ricco e accurato.
Élite politica conservatrice? Al di là di alcune lodevoli eccezioni, quali sono i nomi di politici odierni autenticamente conservatori? E nella cultura, fra i noti al grande pubblico, si può citare solo il caso di Sergio Romano e di Domenico Fisichella, gli unici politologi che abbiano usato — e “osato”… — caratterizzarsi mediante quell’aggettivo…
Dove sta poi «il conservatorismo cristiano-democratico»? Tutta la storia dei partiti democristiani narra al contrario la loro missione di raccogliere voti a destra per rigettarli a sinistra, adempiendo la profezia gramsciana relativa al suicidio dei “cattolici democratici” in politica.
Accusare i conservatori nazionali ed europei di avere una mente «illiberale» è davvero strano, a meno che si intenda l’aggettivo nel senso corretto di “non liberale” e non, invece, in quello di chi vuole mettere il bavaglio alle opinioni altrui: se così fosse, si sfiorerebbe l’ingiuria. Certo il pluralismo ideologico non è nel DNA conservatore perché le società si reggono su principi “non negoziabili” stricto sensu: ci sono progetti di società che si attagliano alle caratteristiche di una sana, ergo perenne, antropologia umana, altri no e altri ancora, come il comunismo, che disegnano autentici inferni terreni. Al contrario lo è, e a oltranza, il pluralismo sociale, quello del cosiddetto Medioevo e del cosiddetto Antico Regime, quello dei corpi intermedi, distrutto ideologicamente — anche nelle persone fisiche — dal solvente individualistico moderno e liberale.
Contrapporre poi «razionalità» a «tradizione» pare altrettanto strano. Sto curando in questi giorni un saggio di Joseph de Maistre sul pensiero di Jean-Jacques Rousseau e, chi avrà la bontà di leggerlo, vedrà anche da questo testo da che parte sta la razionalità, se negli scaltri e manipolatori sofismi razionalistici del ginevrino oppure nei sillogismi razionalmente taglienti del conservatore savoiardo. E lo stesso dicasi, all’ancor più affilato “rasoio” argomentativo di Louis de Bonald. È uno dei grandi sofismi della modernità contrapporre la razionalità del razionalismo al presunto istinto imitativo cieco della tradizione: quest’ultima contiene il sillogismo aristotelico-tomistico, base del raziocinio umano “allargato” di ogni tempo, che la ragione “ristretta” del moderno, da Renato Cartesio in poi, sbaglia a negare.
Certo, la tradizione «può essere modificata quando ci si trova di fronte a pratiche tradizionali da denunciare e perseguire». Il vero conservatore apprezza infatti la tradizione come metodo perenne, ma accoglie i suoi contenuti in maniera critica: basta leggere Charles Maurras per capirlo. Certo, se la «violenza sulle donne» facesse parte della tradizione — ma non ne fa parte, come non fa parte di alcuna tradizione, nemmeno del patriarcalismo islamico: eventualmente si può parlare del riconoscimento di differenti ruoli sociali nei due sessi, con dei contra e degli abusi, ma anche dei pro —, cadrebbe sotto la mannaia della critica ed è un fatto che il conservatorismo contemporaneo, grazie anche al cristianesimo, abbia condotto un significativo percorso di discernimento riguardo a questo aspetto, come riguardo al rapporto con le altre confessioni cristiane, alla razza, alla libertà religiosa.
Ultimo punto: individuo vs. comunità. Il conservatorismo non nega la persona individuale, anzi. Però vuole salvaguardare tutte quelle “cerchie” collettive — si leggano Georg Simmel o anche solo Dino Cofrancesco —, dalla famiglia alla corporazione, alla Chiesa, di cui ritiene a ragione che il singolo — l’individuo — abbia bisogno per poter crescere bene nel fisico e nell’anima. La lotta del liberalismo contro ogni sorta di corpo intermedio sta arrivando, come in Olanda, al suo parossismo e le sue le conseguenze si vedono ormai non in teoria ma in re: i sociologi più illustri parlano anche per il nostro Paese di “società coriandolizzata”, di “mucillagini sociali”, di “società liquida”. Oggi all’apologetica conservatrice non servono più i concetti e i libri ma le centinaia di casi di disgregazione sociale e morale che non solo le cronache “nere” quotidiane, ma anche l’esperienza di ciascuno di noi nel privato segnala come sempre più numerosi.
Infine, il presunto appiattimento conservatore «sullo statalismo». Evidentemente Fabbrini non ha presente tutta la dottrina e la lunga lotta del conservatorismo anglosassone contro il Big Government, contro lo Stato-padrone: questa lotta è stata sì eretta a principio dai liberali, almeno da quelli “continentali”, ma la storia, forse per una eterogenesi dei fini, ha mostrato che dove sono andati al potere i liberali — forse, chi lo sa?, perché la dottrina dei diritti individuali impone di potenziare gli organi di controllo dell’esercizio della miriade di libertà astratte garantite a ciascuno — l’apparato statale è cresciuto a dismisura. Per esempio, quanto all’Italia basta confrontare idealmente — non è facile trovare parametri per “pesare” uno Stato ma ben più difficile è trovarne per “pesare” una società — il “peso” fiscale, poliziesco e burocratico di una monarchia come il Regno delle Due Sicilie con quello dello Stato unitario sabaudo per rendersene conto: e il discorso vale per tanti altri Stati, non solo italici.
In conclusione, ben consapevoli che il liberalismo non è il conservatorismo e che critiche come quelle esposte hanno il beneficio di aiutare a chiarire le reciproche identità, vorrei dire al notista della Confindustria di non temere: i conservatori non coltivano contraddizioni — se non quelle “umane troppo umane” fatalmente inerenti ogni agire civico e politico, perché esso si muove nel regno del “possibile” — e i “criceti” — ma a me risulta, per infantile esperienza dello zoo milanese degli anni 1950, che non si trattasse di criceti ma di topolini, i “topolini ballerini”, che nella loro gabbia correvano instancabili sulla ruota girevole — conservatori non si sentono in gabbia: si sentono invece liberi e spregiudicati nel desiderare e nel lavorare per una società futura ben diversa da quella che l’apologista liberale, a ragione dal suo punto di vista, rivendica.
Oscar Sanguinetti
Ma il conservatore,in senso stretto, non era colui che ,cristianamente, vaglia tutto e trattiene ciò che è buono?
Certo,poi tocca disquisire su cosa è ciò che è buono.