Sul Corriere della Sera del 10 gennaio 2024 — nell’editoriale Sognare (nel Paese dei veti) una riforma rivoluzionaria — Angelo Panebianco, l’illustre — e spesso anche intelligente, cose che non sempre vanno di pari passo — politologo di area liberale, si è soffermato, fra altri temi, sulla possibile nascita, dall’attuale area di governo, di un partito conservatore, rectius «di una grande forza modernamente conservatrice». Ma, in questa prospettiva, egli intravede degli ostacoli. «Il primo ostacolo — scrive — ha a che fare con l’eterogeneità della coalizione di governo. Il secondo consiste nell’assenza di una cultura politica all’altezza di una siffatta ambizione. Il terzo dipende dal fatto che la politica è un sistema di interdipendenze (ciò che accade a destra è condizionato da ciò che accade a sinistra e viceversa)».
Mi permetto qualche riga di commento su due punti.
Il primo è la maliziosa associazione all’aggettivo «conservatore» dell’avverbio «modernamente», cosa piuttosto consueta in tutti coloro che hanno scritto qualcosa in merito negli ultimi tempi, ma tutt’altro che pacifica. Ora, se per “moderno” si intende “al passo con i tempi”, cioè non retrogrado o mitizzato, l’associazione pare del tutto lecita. Se, invece, equivale a porre come pregiudiziale di una forza conservatrice l’adesione all’agenda — integrale, in tesi, nell’enunciato — del “moderno” inteso come cultura politica dominante almeno dal 1789 a oggi, allora qualche dubbio insorge.
In realtà, come i politologi sanno, il conservatorismo storico nasce proprio come reazione — nel sopravvenuto quadro pluralistico — alla “dismissione” del cosiddetto “antico regime” e all’instaurarsi dell’ordine liberale. Il fatto di escludere a priori che in quel mondo crollato sotto la ghigliottina vi sia qualcosa che valga la pena oggi, dopo i drammi e i lutti del moderno e del post-moderno, particolarmente dolorosi nel “secolo breve” appena trascorso, rivendicare e rimettere a tema — nei suoi principi e senza alcuna agenda predeterminata — pare alquanto inappropriato. Ma tant’è…
L’altro commento riguarda il secondo dei tre inibitori considerati dal professore bolognese, cioè il «difetto di cultura politica». Mentre concordo sulla diagnosi in termini generali — ma estenderei l’addebito anche alle attuali forze di opposizione —, i due esempi addotti a suo sostegno — l’invenzione di nuovi reati, che alimenta il «panpenalismo» che affligge la Repubblica e la legge tardo-decembrina a protezione del “made in Italy” — mi paiono francamente un po’ deboli e atti a inficiare non poco l’autorevolezza della intera sua argomentazione.
È vero che «Un moderno conservatorismo dovrebbe puntare su concorrenza e libero mercato. Scommettendo sulla creatività, l’inventività, degli italiani che vogliono fare impresa in qualunque campo liberandoli da lacci e lacciuoli, non puntando su albi, piani strategici e sovvenzioni, ossia sulle forme consuete di distorsione e limitazione della concorrenza», cioè debba ridurre il “peso” dello Stato sul privato, sebbene il mondo del totale “laissez faire” coincida solo in parte con la visione dell’economia di un partito conservatore. Però, questa “puntata” è solo una tessera del mosaico ben più ampio da ricomporre e forse nemmeno la più importante e urgente.
Perché nasca un partito sul serio conservatore serve altro: in primis, la riappropriazione dell’autentica cultura conservatrice europea, il che consente di rivisitare adeguatamente quello che è stato gettato via — soprattutto in termini architetturali — dopo la “Presa della Bastiglia” e, se del caso, di ricuperarne, aggiornandoli, non pochi degli elementi costitutivi. Quindi, prima della riforma della respublica, il rilancio, giuridico e sociale, di quel seminarium reipublicae che è la famiglia, sotto tutti gli aspetti, non ultimo tentando di uscire da una crisi demografica che ha ormai assunto i tratti di un dramma. Ancora, ristabilire, in ottica sussidiaria, il ruolo delle “società intermedie”, combattendo la “coriandolizzazione” del corpo sociale che si aggrava di continuo, come denunciano non i reazionari ma i Rapporti CENSIS. Infine, cosa non da trascurare, sebbene fra cento altri obiettivi, la revisione degli stantii miti usati per fondare l’identità italiana.
Tralascio quello che Panebianco vede come «Il terzo ostacolo, la terza ragione per cui è difficile che si affermi e si consolidi un moderno partito conservatore», è che «[…] non può esistere un grande e moderno partito conservatore a destra se non c’è un grande partito (modernamente) socialdemocratico a sinistra. E non può esserci un grande partito socialdemocratico a sinistra se non c’è un grande partito conservatore a destra».
L’unica osservazione a riguardo che mi sorge spontanea è: ma chi l’ha detto?
Oscar Sanguinetti
Una riflessione intelligente che mi sento di abbracciare completamente compresi i riferimenti al 1789 e a quanto ciò a generato. Ringrazio sinceramente per il sollievo avuto nell’apprendere di non essere un anima così isolata e sola a condividere questi valori.
Lieti che ci abbia trovati!