I tragici femminicidi degli ultimi giorni hanno riportato drammaticamente alla ribalta il problema della condizione femminile nella nostra società.

È chiaro che tali delitti di sangue affondano le loro radici in una molteplicità di elementi, di tipo psicologico, sociale, culturale e non da ultimo nelle esperienze e formazioni individuali sia dei carnefici che delle vittime.

È, quindi, quello dei femminicidi, un problema talmente enorme che di certo chi scrive non ha la pretesa di risolvere; ma tali eventi sono tuttavia l’occasione, per quanto dolorosa, per interrogarci più in generale su quale sia la reale concezione della donna nella modernità occidentale.

Chi scrive pensa infatti che mai come in questi ultimi anni la donna sia, per così dire, “sotto attacco”, sotto un fuoco incrociato che, tuttavia, rispetto al passato si presenta in modo più subdolo e travestito non di rado da (apparenti) nobili obiettivi.

Il dibattito, infatti, sulla reale condizione femminile, pare si stia incanalando ancora una volta secondo schemi classici e ripetitivi, che pur essendo almeno in parte fondati di certo non pare colgano le complessità odierne e la circolarità, a livello di subconscio collettivo, che potenzialmente possono avere certi dibatti: ecco quindi che ritorna (invero, stancamente) la questione del patriarcato oppure (molto fondatamente) il problema di una formazione culturale idonea ad affermare finalmente la piena dignità della donna di autodeterminarsi.

Ma proprio quando si affronta tale tematica essenziale il dibattito sembra arenarsi in analisi talvolta che sembrano inconsapevoli della complessità del mondo di oggi oppure del tutto prive di portata operativa; oppure, in un’ottica ancora più disarmante, finalizzate a risposte meramente repressive, coltivando l’illusione che in queste tematiche il diritto penale possa realmente avere un’effettiva efficacia generalpreventiva.

Se, infatti, è fuor di dubbio che ancora oggi persistano vere e proprie forme di maschilismo e di discriminazioni tradizionali nei confronti della donna in quanto tale, è, però, altresì vero che l’epoca attuale vede aggiungersi, a tali tradizionali problemi, altre e forse più perniciose derive culturali.

È, cioè, forse giunto il tempo di farsi domande più coraggiose, che investano le confuse strutture organizzative e culturali della moderna società occidentale: sono presenti oppure no, rispetto al passato, ulteriori e nuovi percorsi culturali ed economici che tendono a svilire la donna come persona ed essere umano meritevole di ogni dignità?

Chi scrive, purtroppo, è convinto che a tale quesito debba fornirsi risposta positiva, non esitandosi ad affermare che da troppo tempo dietro la formula retorica dei cosiddetti nuovi diritti non di rado si stia coltivando uno dei più incisivi e subdoli attacchi alla dignità femminile.

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Ci si riferisce in particolare a due tematiche che invadono oramai i mass media e tutti i luoghi di elaborazione culturale e cioè all’utero in affitto e alla (certamente drammatica) disforia di genere; argomenti, entrambi, rappresentati quasi sempre in termini di diritti ad avere un figlio e al riconoscimento del genere cui si sente di appartenere, senza tuttavia ricordare che ad ogni diritto fatalmente corrispondono altrui doveri e conseguenze concrete in termini economici e di relazioni individuali e sociali.

In particolare, il cosiddetto utero in affitto è spesso rappresentato in termini quanto mai banali ed edulcorati se non addirittura del tutto fuorvianti come quando, del tutto maliziosamente, viene presentato come forma di adozione.

Ma basta scendere nel concreto per rendersi conto che la pratica sanitaria e commerciale della maternità surrogata ha profili di vera e propria brutalità culturale, che sembrano annichilire in un colpo solo decenni di evoluzione culturale per superare la concezione meramente entificata e del corpo della donna, ancora una volta degradato ad una funzione meramente strumentale e indifferente alla dignità della persona.

 Si è infatti in presenza di una vera e propria industria della fertilità, dove le donne surrogate sono scelte in base a specifiche caratteristiche fisiche, secondo modalità che riproducono schemi biologici tipici degli allevamenti selezionati di questo o quell’animale: non devono fumare e/o drogarsi, devono oscillare tendenzialmente tra i 20 e i 40 anni, avere un indice di massa corporea non superiore ad un certo coefficiente, non avere precedenti psichiatrici e così via.

Nel contempo la coppia può scegliere la madre surrogata in base alla agli studi fatti, al suo orientamento sessuale, al colore della pelle etc.

Tutto ciò ricorda un meccanismo che già di per sé ci fa sprofondare alla prassi vigente a Sparta della cessione della moglie a fini, appunto, procreativi; prassi peraltro ben nota anche al costume romano[1].

Come se ciò non bastasse, la donna “affittata” deve poi sottoporsi ad una serie di trattamenti farmacologici di tipo ormonale di cui, tuttavia, nulla mai si dice nell’ambito delle discussioni pubbliche, quasi come se ciò fosse del tutto irrilevante.

E allora, prescindendo in questa sede dai profili etici riguardanti la cessione (onerosa o gratuita che sia) del figlio e il fatto che le donne disponibili in linea di massima non sono di certo benestanti, è così inconcepibile affermare che tutto ciò è incompatibile con l’idea che la donna abbia una sua dignità di persona in quanto tale?

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È così scandaloso dire una banale verità e cioè che valutazioni del tutto simili circa l’idoneità della fattrice si pongono in essere laddove deve scegliersi, ad esempio in un allevamento di cani di razza, la femmina riproduttrice?

Ebbene, chi scrive teme che nascondere queste verità contribuisca in modo surrettizio a considerare del tutto normale che una donna possa essere trattata come una vera e propria res.

E, infatti, il fenomeno viene costantemente presentato in modo del tutto astratto e sul piano dei massimi sistemi, senza raccontare la brutalità della pratica commerciale e delle trattative che poi conducono al contratto.

Ecco quindi che chi è favorevole sostiene esserci il diritto della coppia (eterosessuale o omossessuale che sia) ad avere un figlio e che la nascita di un essere umano è sempre e comunque da festeggiare; mentre chi è contrario troppe volte insiste quasi del tutto esclusivamente sul fatto che il concepito non può essere oggetto di una compravendita, mostrandosi indifferente rispetto all’entificazione della madre surrogata.

È invece urgente che di questa industria della fertilità si raccontino le concrete modalità operative in modo da far interrogare la comunità se effettivamente è tollerabile che delle donne siano esposte ad una vera e propria vetrina rappresentativa della loro idoneità a procreare.

Ancora una volta è la donna, quindi, a ben vedere, che resta sullo sfondo, laddove dovrebbe essere la protagonista del dibattito.

Eguali conseguenze negative sul rispetto della donna si hanno, poi, non di rado laddove si estremizza la problematica – invero spesso drammatica per chi la vive – della disforia di genere. A ben vedere, anche tale tematica troppe volte viene presentata solo nell’ottica astratta del diritto del soggetto a vedersi riconosciuta la sua identità giuridica come differente da quella biologica, senza tuttavia soffermarsi sulle conseguenze pratiche che talvolta ne scaturiscono.

Ci si riferisce ai casi di cronaca di atleti transgender MtF[2] che hanno chiesto e ottenuto di competere con atlete che, essendo biologicamente femmine, sono state così fatalmente destinate alla sconfitta nella competizione di volta in volta posta in essere[3]; cosa talmente paradossale da aver costretto la Federazione mondiale di atletica a porre, quindi, un freno netto alla possibilità per i transgender di partecipare a competizioni femminili[4] per l’evidente discriminazione in danno delle donne atlete

Ma la radicalizzazione della problematica della disforia di genere, ha avuto conseguenze molto più gravi e dolorose per le donne di quanto accaduto in occasione di competizioni sportive: si pensi ai casi di detenuti trans, ancora muniti degli organi genitali maschili, collocati in penitenziari femminili dove hanno potuto impunemente porre in essere violenza sessuale in danno delle detenute[5].

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In definitiva, quindi, non pare del tutto inverosimile ritenere che la società occidentale, con la sua spinta mercificazione del corpo femminile come materia prima dell’industria della fertilità e con le sue radicalizzazioni ideologiche sulla disforia di genere (che pure merita grandissima attenzione) stia contribuendo, in modo tanto carsico e subliminale quanto efficace, a diffondere il convincimento della normalità di pratiche commerciali o istituzionali volte a considerare, di volta in volta, la donna come mera materia prima oppure come soggetto del tutto immeritevole di ogni considerazione in ordine alle sue legittime aspettative di persona, che siano di natura sportiva, professionale, condizione carceraria etc.

È, quindi, disarmante constatare che ancora una volta, anche di fronte ad eventi di cronaca devastanti che pure dovrebbero sollecitare riflessioni di ampio respiro sulla reale concezione in quest’epoca della donna, si continui ad ignorare che la tradizionale problematica femminista della cosiddetta donna-oggetto si ripresenta oggi come oggi con ancora più impellenza ed urgenza per essere la donna ancora una volta oggetto di vere e proprie aggressioni culturali, che, tuttavia, rispetto al passato, sono molto più pericolose perché non di rado mascherate da nobili obiettivi di parità ed eguaglianza.

Antonio Lepre


[1] Per approfondimenti, cfr. Cantarella, Sparta. Autoritarsimo e democrazia. Atene, Einaudi, 2021, pag. 51 e ss., dove in senso critico si riporta, ancorché di sfuggita vista la dichiarata natura divulgativa e non scientifica del libro, anche l’opinione di chi in dottrina ritiene che a Sparta tali cessioni potessero convenire anche alle mogli cedute.

[2] Acronimo (male to female) col quale vengono individuate persone geneticamente maschili ma che si riconoscono in una identità di genere femminile.

[3] Cfr. ad esempio https://www.rainews.it/articoli/2022/02/il-caso-lia-thomas-la-campionessa-di-nuoto-transgender-che-fa-discutere-b9afe583-9437-4be6-b38f-2c2a7fd94bb0.html

[4] https://www.avvenire.it/agora/pagine/transgender-nello-sport-troppo-forti-per-le-donne

[5] https://www.ilgiornale.it/news/mondo/trans-accusata-stupro-violenta-detenute-carcere-femminile-1574702.html. Il problema si è posto anche nel Regno Unito, dove però ha prevalso, parrebbe, il buon senso, cfr. https://www.today.it/mondo/donna-trans-condannata-stupro.html; https://www.repubblica.it/esteri/2023/01/26/news/stupratore_scozzese_transgender_carcere_femminile_donne_proteste_legge_sturgeon-385162403/

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