Marcel de Corte nasce nel 1905 a Genappe, cittadina della regione belga del Brabante Vallone, da una famiglia di origini contadine. La lettura, da adolescente, di Henri-Louis Bergson (1859-1941) desta in lui la passione per la filosofia. All’università, tuttavia, approfondisce lo studio della filosofia classica e quando, nel 1929, è ammesso all’École normale supérieure di Parigi, su impulso dei docenti Jacques Maritain (1882-1973) ed Étienne Gilson (1884-1978), diventa uno specialista di Aristotele. Nell’approccio realista tipico dell’aristotelismo come interpretato da Tommaso d’Aquino (1225-1274), egli individuerà una risposta alla crisi etica e politica della cultura del tempo più convincente del cosiddetto «irrazionalismo bergsoniano».
Nel 1934 inizia il tirocinio di insegnamento presso l’università di Liegi. Nell’immediato dopoguerra vi concorre come docente di filosofia antica osteggiato dal ministro degli interni per le proprie posizioni cattoliche, ma viene però sostenuto da re Leopoldo III (1901-1983) in persona. Nel 1945 de Corte figura tra gli estensori del manifesto del Partito Sociale Cristiano, formazione politica anti-liberale e anti-socialista. Tale partito, quantomeno ai suoi esordi, si ispira alla dottrina sociale della Chiesa promuovendo la promozione della famiglia, la solidarietà sociale e la tutela dell’istruzione privata. Nel 1949 de Corte ottiene la cattedra che terrà per trent’anni, fino al termine della sua attività accademica.
Come il giovane Maritain, anche de Corte fu vicino all’Action Française e subì l’influenza di Charles Maurras (1868-1952). Maritain, tuttavia, quando se ne distaccò, approdò a un progressismo tipico del democratismo cristiano di sinistra. Al contrario, il giovane belga, che anche nella maturità continuerà ad apprezzare Maurras per la «saggezza pratica» di un pensiero radicato «nelle verità metafisiche naturali»[1], radicalizza la critica antimoderna tradita da Maritain e sposa posizioni contro-rivoluzionarie conformi alla visione di Joseph de Maistre (1753-1821) e dei suoi estimatori.
Uno scritto di de Corte, Le origini medievali dello spirito laico, compare in lingua italiana già nel 1937 sulla rivista Vita e Pensiero, sia pure «purgato» di un rilievo – neanche troppo critico – al fascismo italiano[2], seguito dal volume L’incarnazione dell’uomo. Psicologia dei costumi contemporanei (trad. it. Morcelliana 1949), in cui esalta l’homo europaeus e la sua visione morale scolpita grazie ai contribuiti della Grecia, della Roma antica e del Cristianesimo. La civiltà europea sopravvive – a suo dire – sfigurata da un processo plurisecolare di aggressione all’essere che esordisce con il (falso) umanesimo di marca rinascimentale e prosegue con la Rivoluzione francese. Questo tema ritorna nella raccolta di saggi L’homme contre-lui-meme (1962), apparso in Italia col titolo Fenomenologia dell’autodistruttore (Borla 1967), negli anni in cui de Corte entra nel pantheon degli autori di riferimento della destra conservatrice e cattolica accanto a Gustave Thibon (1903-2001), «filosofo contadino» con il quale, peraltro, de Corte mantenne per decenni una fitta corrispondenza.
Per de Corte, gli abusi del pensiero moderno si manifestano in quattro malattie spirituali: soggettivismo, immanentismo, evoluzionismo e relativismo. Ne L’intelligenza in pericolo di morte (1969, trad. it., Volpe 1973) de Corte riflette sul fenomeno del Sessantotto, osservando che il suo pensiero libertario attua una completa sovversione nella gerarchia delle potenze dell’anima: l’intelletto non illumina più la volontà che a sua volta governa la sensibilità; all’opposto, la sensibilità disordinata seduce la volontà traviata che a sua volta si impone all’intelletto. Una analoga «liberazione» del soggetto dalla realtà viene progettata dallo scientismo e realizzata dalla tecnocrazia che, scimmiottando la grazia divina, vorrebbe realizzare un uomo nuovo capace di crearsi e auto-redimersi. Anche la mistica democratica, che procede di pari passo col processo di secolarizzazione, va nella stessa direzione.
Sul finire degli anni Sessanta, de Corte analizza il dilagare del progressismo nella Chiesa cattolica. Sono gli anni del post-Concilio, caratterizzati, per il filosofo belga, da «carestia di soprannaturale» e in cui viene promulgata una riforma liturgica «prefabbricata dai tecnocrati della fede»[3].
La riflessione filosofica di Marcel de Corte ha anche una dimensione «militante», tanto da contemplare una serie di antidoti in vista della guarigione dell’homo europaeus. Il suo elenco di condizioni basilari per il risanamento della civiltà prevede: il recupero della tradizione e di una visione non dialettica fra spirito e materia; il ritorno al perseguimento del bene comune; il ripristino delle legittime autorità; il rilancio delle élite sociali tradizionali; la riscossa della famiglia e – condizione più importante di tutte – il ritorno a Dio.
[1] Marcel de Corte, La saggezza di Charles Maurras (1968), trad. it., in Roberto de Mattei e Francesco Perfetti (a cura di) Omaggio a Charles Maurras nel XX anniversario della morte, Volpe, Roma 1972, pp. 53-64 (p. 62).
Cfr. anche la monografia di Danilo Castellano, L’aristotelismo cristiano di Marcel de Corte, con una prefazione di Augusto del Noce, Pucci Cipriani, Firenze 1975, pp. 49-65.
[2] «Alcuni fascismi – quello italiano in particolare – hanno trovato un accomodamento con la religione che ne ha attenuato le pulsioni totalitarie: la restaurazione dello Stato del Vaticano da una parte e la fermezza di Benito Mussolini [1883-1945], cui il realismo dona una certa elasticità, hanno contribuito non poco al raggiungimento di un equilibrio. Persiste tuttavia una tensione che solo l’arte della diplomazia riesce a mascherare» (M. de Corte, Le origini medievali dello spirito laico, trad. it. della versione integrale, in Cultura & Identità, Rivista di studi conservatori, anno XI (nuova serie), n. 24, del 29-6-2019).
[3] M. de Corte, Lettera a Jean Madiran pubblicata sulla rivista «Itinéraires» (febbraio 1970), in Idem, La grande eresia, pp. 103-127 (p. 108).
La visione dell’Autore rispetto alla “esplosione dei diritti” che serve a dar vita ad una società conflittuale e contraria alla visione della famiglia cristiana.