Antonio Polito sul Corriere della Sera del primo novembre torna sul tema del conservatorismo, «oggi la parola più di moda in politica», e dedica anche al nostro libro giudizi gentili di cui non possiamo che ringraziarlo. Con un equivoco, però, che vorremmo subito mettere in luce affinché il dibattito sul tema non sia confuso fin dall’origine.
L’auspicio che il conservatorismo possa penetrare nella cultura e nella politica contemporanee non è un «utopismo al passato», come scrive Polito. Se con questo termine si intende il desiderio che il mondo torni a come era prima della Rivoluzione francese, esso non è nei nostri intenti: innanzitutto perché la storia non torna mai sui suoi passi e, quindi, una speranza del genere sarebbe una utopia, ovvero qualcosa di impossibile. Quello che auspichiamo è un conservatorismo caratterizzato dall’«eterno», da quell’«al di là delle cose visibili» che la modernità ha tentato di estirpare dal cuore degli uomini, cercando, con il plateau de fromages delle sue diverse ideologie, di costruire l’«uomo nuovo», sia esso l’uomo — e la donna — liberale, nazionalista, fascista o socialcomunista, oppure, più di recente, ecologista, transumanista, relativista o nichilista. Certamente il passato è esistito e in un certo passato, quello che comunemente viene chiamato con disprezzo “medioevo” — ma non dagli studiosi più pregevoli —, è facile riscontrare tracce, e profonde, di quell’«eterno» di cui sopra. Ma è a quell’«eterno» che vorremmo guardassero i conservatori, non a forme storiche irripetibili e segnate da mancanze, anche gravi, come quelle che molti degli uomini che hanno dato vita e animato la cristianità medioevale non hanno saputo evitare.
Che cosa poi sia quell’«eterno», lo si può dire in estrema sintesi, affermando che ogni uomo, creato a immagine e somiglianza del suo Creatore, può trovare dentro il suo cuore e nell’ordine del creato così come Dio l’ha voluto, principi validi ovunque e in ogni epoca della storia: e può ascoltarli, applicarli e conservarli, ponendoli alla base anche delle sue relazioni familiari, sociali e politiche — dando forma coerente alla società in cui vive —, oppure può rifiutarli e anche disprezzarli, come hanno fatto le diverse rivoluzioni di ispirazione ideologica nell’epoca successiva al 1789. E non vi sono ricette predeterminate, né manuali né “libretti rossi” che dicano parola per parola come fare: il pensiero conservatore non è una ideologia, ma offre principi, spunti, idee per la «salute» della convivenza comune e della civiltà umana. Il conservatore si si pone nei confronti del reale — quello che ha di fronte e in cui vive immerso, qualunque esso sia e non quello che vorrebbe —, in una ottica di salvaguardia e di miglioramento delle “cose buone” che le generazioni precedenti gli trasmettono, con un occhio al passato — a tutte le «lezioni» che, gradevoli o meno, la storia impartisce a chi sappia leggerla — e, come insegnava Burke, soprattutto con estrema attenzione a chi verrà dopo di lui o di lei, avendo come unica bussola del suo agire il senso comune e lo sguardo fisso ai cieli stellati che narrano la gloria di Dio. Il resto è sfida quotidiana…
Marco Invernizzi
Oscar Sanguinetti
interessante, ma se viene gonfiato il ruolo di Dio (intra)vedo il tremendo rischio che il conservatorismo venga inglobato nel fondamentalismo